11 dicembre 2019

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28.04.2019

Alan Parsons: «Comporre è una magia»

Alan Parsons (foto di Simon Lowery)
Alan Parsons (foto di Simon Lowery)

Giulio Brusati MILANO «Sono tornato a comporre e pubblicare nuova musica dopo 15 anni perché penso di avere ancora qualcosa da dire, credo di aver composto brani convincenti – anzi, ne sono sicuro – e poi perché ho trovato un discografico italiano molto risoluto che mi ha corso dietro anni per avere un album inedito. E The Secret è il risultato». Alan Parsons parla così del nuovo disco, presentato ieri sera in concerto a Milano, intitolato “The secret” e pubblicato dalla Frontiers Records, l’etichetta di Serafino Perugino. Il musicista e performer inglese, già leggendario ingegnere del suono di Beatles e Pink Floyd, ha realizzato un disco solido, con brani pop dalle melodie cristalline. «E ne sono contento. Mi dà molta soddisfazione ascoltare le nuove canzoni, una cosa che non era successa quando ho finito l’album precedente, “A valid path” (realizzato con David Gilmour nel 2004, ndr)». Merito anche delle voci ospiti, come quelle del cantautore americano Jason Mraz. «Mi ha detto che da piccolo cantava “Eye in the sky” in auto, con sua madre, e che secondo lui il brano “Miracle” potrebbe venire dalle session di quel disco del 1982. Sono contento che piaccia e che abbia reazioni positive». “The Secret”, al di là di altri hit come “I can’t get there…”, andrebbe ascoltato tutto insieme. «Sì, vagamente è un concept album sulla magia e l’illusionismo», spiega Parsons, «e in copertina ci sono io vestito da magician, con tanto di bacchetta e cilindro, ma non tutti i brani sono legati tra loro». Ma esiste la ricetta per una perfetta pop song? «Non so, io non la conosco. Lavoro seguendo l’istinto. Fare dischi vuol dire prendere decisioni. Mentre incido, ci sono però dei momenti - perdonate il gioco di parole – magici. E se quella magia riesco a trasferirla, come compositore, all’ascoltatore, allora è fatta. Ora però è difficile vendere milioni di dischi come negli anni ’80. Ditemi: chi c’è della mia generazione in classifica adesso?». Ma con gli Alan Parson Project non avevate mica in mente la top ten, quando scrivevate “Eye in the sky”, giusto? «Oh, invece ci pensavamo! Eccome! O almeno era il pensiero del mio socio Eric Woolfson (scomparso nel 2009), molto consapevole del lato commerciale. Io controllavo che fosse prodotto bene e che avesse un bel suono». Operazione riuscita: quest’anno l’edizione dvd surround di quel capolavoro ha fatto vincere a Parsons un premio Grammy per il miglio disco con «audio immersivo». •

Giulio Brusati
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