25 gennaio 2020

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29.10.2013

«La mia bacchetta non dev'essere segno del potere»

Nicola Guerini
Nicola Guerini

Direttore d'orchestra, pianista, conferenziere e saggista. Non seguono una gerarchia, ma si fondono, le attitudini del maestro Nicola Guerini, veronese, che per il Settembre dell'Accademia ha diretto al Filarmonico la Zagreb-HRT Symphony Orchestra. È stata la sua terza presenza al festival dell' Accademia Filarmonica dopo i debutti del 2010 con la Filarmonica di Sofia e del 2011 con i Berliner Symphoniker. Ora l'artista, che vanta un ricco curriculum in Italia e all'estero, si accinge a inaugurare alla Feltrinelli la terza edizione di «Musica e contaminazione»: si parte oggi, alle 18, con la «lectio» «Caravaggio segreto», al fianco di Costantino D'Orazio autore dell'omonimo libro. Maestro Guerini, com'è nato il suo amore per la musica? Da bambino. La musica è stata sempre viva nella mia vita e l'ho scelta perché mi ha insegnato ad ascoltare . Avevo cinque anni quando a Natale ho ricevuto in dono un pianoforte. Ci giocavo imitando le melodie che ascoltavo dai dischi. Come ha scoperto che sarebbe stata la sua unica strada? A sei anni mi sono seriamente applicato allo studio della musica e sempre respirato l'amore per l'arte nell'atelier di mio nonno, il pittore Aldo Tavella che allora era direttore dell'Accademia di Belle Arti. Lui mi parlava di teatro, danza, poesia, pittura e gli devo la mia crescita spirituale. Mi portava a teatro e mi guidava in ascolti nuovi e stimolanti. Un suo amico, ex percussionista dell'orchestra areniana, poi, mi donava sempre le prime partiture, sulle quali appuntavo i primi segni, con la curiosità di cercava in quelle pagine una finestra sul mondo. L'esordio come direttore? A Verona, a 24 anni, come direttore e compositore nella fiaba per ragazzi Zaabok. commissionata dall'Ente lirico. Quell'esperienza fu come una folgorazione. Venivo dagli studi al conservatorio di Padova, pianoforte, organo e composizione organistica, quindi dalla specializzazione in composizione principale al conservatorio di Milano . Contemporaneamente mi sono dedicato alla direzione d'orchestra. Le sue esperienze formative? La scuola tedesca con Luis Salomon dove ho gettato le basi, quindi un master internazionale e il ruolo di qualità di effettivo all'Accademia Chigiana di Siena con Gianluigi Gelmetti. Quindi il triennio di alto perfezionamemto con Donato Renzetti all'Accademia di Pescara e il master universitario all'Hochscule di Lugano con Giorgio Bernasconi e Arturo Tamayo. Che cosa significa per lei dirigere? È la “summa” di tutto, il massimo di ciò che un musicista debba conoscere. Il direttore non deve indicare solo il flusso musicale ma ritrovare il respiro che c'è dietro al gesto compositivo. Preferisco perciò paragonare il direttore a un restauratore che deve conoscere perfettamente la sostanza di cui è fatta l'opera, da come si mescola la vernice, al perché un colore deve essere più illuminato di un altro. Il mio rapporto con la bacchetta è fluido e incisivo. Non deve essere uno strumento di potere ma indica l'orizzonte dove la musica continua a risuonare. Il mestiere la porta a viaggiare... Sì: non lo intendo solo come spostarsi, bensì compiere un cammino verso la bellezza attraverso la musica che ci insegna a muoverci interiormente. Musica e contaminazione proseguirà a cadenza mensile fino a maggio. Il segreto?. La curiosità della gente e il dialogo con i diversi linguaggi dell'arte, nonché l'apertura agli stimoli oltre le barriere tra le varie discipline. È così che si impara ad ascoltare i suoni nascosti dentro di noi. Ha narrato sette sinfonie di Mahler alla Letteraria e il 7 novembre, alle 16,30, ci sarà l'ottava. Impresa titanica... Ma emozionante. Mahler diceva: “Nella partitura è scritto tutto tranne l'essenziale". C'è davvero da imparare.

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