11 dicembre 2019

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20.04.2019

McEnroe, cattivo ragazzo che mira alla perfezione

Una scena del film «John McEnroe» di Julien Faraut
Una scena del film «John McEnroe» di Julien Faraut

ROMA «John McEnroe. L’impero della perfezione» di Julien Faraut, già alla Berlinale e a Pesaro e ora in sala dall’8 maggio con Wanted Cinema, è un film sulla perfezione: quella dell’irascibile tennista McEnroe, forse il campione più grande di tutti i tempi in questa disciplina, e quella del maniacale regista francese Gil de Kermadec dalla cui opera è tratto in parte il materiale di questo lavoro. Un documentario comunque sospeso tra cinema e sport, quello di Faraut, con la voce narrante di Mathieu Amalric e tanti materiali di repertorio con tanto di premessa godardiana «Les films mentent, pas le sport». Il film è infatti anche un omaggio a Gil de Kermadec, ex tennista francese che dagli anni Sessanta realizzò filmati didattici sul tennis, su come si gioca, su come ci si muove nelle sue varie fasi, sulle sue regole con tanto di animazione e ralenti. Julien Faraut smonta e rimonta le sequenze in gran parte originalissime, in quanto non seguono la gara nella sua totalità, ma solo l’azione in campo di McEnroe studiandone ogni minimo movimento in tutti i suoi particolari. Ne esce fuori un’operazione dadaista, ma anche un lavoro sulla memoria e sul rapporto tra cinema e sport. Ma alla fine, come ricorda il titolo, il protagonista resta solo lui, McEnroe, con la sua imprevedibilità, velocità e proverbiale e compulsiva irascibilità verso arbitri e racchette. A vederli oggi, i suoi incontri e la sua ingombrante presenza in campo, si capisce come Tom Hulce per interpretare Mozart in «Amadeus» sia stato ore e ore ad osservare i match del tennista e la sua esuberante genialità disordinata. Tra le curiosità di questo docu l’intervento di uno psicologo pieno di meraviglia per il fatto che le continue rabbie di McEnroe non intaccassero le sue prestazioni. Una cosa incredibile, ma vera. D’altronde il vero avversario del campione McEnroe, alla fine, era lui stesso. Spiega, infine, Julien Faraut: «In un’intervista a Jean-Luc Godard il regista dichiara “Seguo ancora lo sport perchè è rimasto un qualcosa in cui l’uomo non può mentire. La politica, il cinema e la letteratura possono mentire, lo sport no“. Questa dichiarazione mi ha fatto velocemente capire che questo poteva essere il cuore del mio documentario. Il cinema può mentire, non lo sport. Su un campo da tennis, John McEnroe corre e soffre. Vince o perde. Non c’è tempo per effetti speciali». •

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