26 maggio 2019

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18.04.2019

Manhattan, la New York di Woody Allen

Mariel Hemingway e Woody Allen in «Manhattan»
Mariel Hemingway e Woody Allen in «Manhattan»

Angela Bosetto «Adorava New York. La idolatrava smisuratamente No, aspetta, ci sono: New York era la sua città, e lo sarebbe sempre stata». Quando un film inizia con queste parole la première non può che svolgersi nel cuore della Grande Mela ed è lì che, il 18 aprile 1979 viene proiettato per la prima volta «Manhattan», manifesto autoriale e personale di Woody Allen, che lo scrive, dirige e interpreta come una lettera d’amore verso una metropoli dal fascino intellettuale e malinconico. Una città che all’epoca, secondo il regista, ancora «esisteva in bianco e nero e pulsava dei grandi motivi di George Gershwin.» E l’isola di Manhattan fa da cornice alle disavventure di Isaac Davis (Allen), autore televisivo pluridivorziato, che, pressato fra le ripicche dell’ex moglie Jill (Meryl Streep) e le esigenze della fidanzata adolescente Tracy (Mariel Hemingway), finisce per invaghirsi di Mary (Diane Keaton), amante di un suo amico sposato. A quarant’anni di distanza, questo armonioso capolavoro esistenzialista non ha perso nulla di quel fascino visivo che continua a spingere schiere di turisti a New York per visitare le location del film, dal Lincoln Center al Metropolitan Museum of Art, da diner quali l’Empire ed Elaine’s a locali come il PJ Clarke’s Saloon e la Russian Tea Room, e, soprattutto, per sedersi sulla panchina che si trova nella terrazza vista fiume di Sutton Square, davanti al ponte di Queensboro, al fine di ricreare l’inquadratura più celebre del film, divenutane (non a caso) la locandina. Il senso della pellicola risiede nel monologo conclusivo, in cui Isaac, prima di realizzare quanto sia affezionato a Tracy, riflette sull’abitudine degli abitanti di Manhattan (ma, in generale, dell’intero mondo occidentale) di crearsi della nevrosi per non «occuparsi dei più insolubili e terrificanti problemi universali». Decide di reagire al pessimismo pensando alle cose per cui vale la pena di vivere e si scopre così a elencare una serie di piaceri tanto semplici da fruire quanto condivisibili nel valore, come «il vecchio Groucho Marx per dirne una e... Joe DiMaggio e... secondo movimento della sinfonia Jupiter e... Louis Armstrong, l’incisione di «Potato Head Blues» e... i film svedesi naturalmente... «L’educazione sentimentale» di Flaubert... Marlon Brando, Frank Sinatra... quelle incredibili... mele e pere dipinte da Cézanne... i granchi da Sam Wo... il viso di Tracy...». •

Angela Bosetto
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