13 agosto 2020

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16.03.2020 Tags: Cinema

Godard, il manifesto della Nouvelle Vague

Jean Paul Belmondo e Jean Seberg in «Fino all’ultimo respiro»
Jean Paul Belmondo e Jean Seberg in «Fino all’ultimo respiro»

Angela Bosetto La Nouvelle Vague, ossia il movimento autoriale che ha rivoluzionato il cinema francese, è nata con l’esordio di Claude Chabrol («Le beau Serge», 1958) ed è salita alla ribalta grazie a quello di François Truffaut («I quattrocento colpi», 1959), ma a rappresentarne il manifesto è stato un altro illustre debutto: «Fino all’ultimo respiro» di Jean-Luc Godard, uscito nelle sale d’oltralpe sessant’anni fa, il 16 marzo 1960, e successivamente presentato al Festival di Cannes. La storia è semplicissima: il giovane, logorroico e impulsivo criminale Michel Poiccard (Jean-Paul Belmondo, per il quale la pellicola rappresentò la consacrazione) ruba un’auto, uccide un poliziotto e si reca a Parigi, dove ritrova Patricia (Jean Seberg, all’epoca reduce dai film di Otto Preminger, la cui paga costituì un sesto del budget), una studentessa americana di cui è innamorato. Lei acconsente a seguirlo in Italia, poi ci ripensa e lo denuncia. Il soggetto (basato su una storia vera) fu scritto a quattro mani da Truffaut e Chabrol e le riprese avvennero in un clima di anarchica libertà, senza permessi per girare (obbligando così la troupe a una serie di soluzioni creative, come il non usare il cavalletto o il nascondere la macchina da presa in bicicletta), né battute da imparare a memoria, lasciando dunque pieno spazio all’istinto e all’improvvisazione. «Il giorno prima delle riprese ho chiesto a Godard se almeno avesse un’idea di quello che voleva fare», avrebbe ricordato in seguito Belmondo. «Mi ha dato una risposta che mi ha riempito di entusiasmo: No». Come afferma Serafino Murri, l’opera prima di Godard «è allo stesso tempo un saggio di estetica della nascente Nouvelle Vague, un gesto cinéphile di amore per il cinema classico e uno dei tasselli più importanti del rinnovamento linguistico del cinema degli anni Sessanta». Le regole base della narrazione cinematografica (dalla logica del montaggio al tipo di inquadratura) vengono sistematicamente infrante e la classicità viene omaggiata sotto forma di citazione (Michel si comporta come se fosse Humphrey Bogart). Nel 1983 è uscito il remake statunitense del film, «All’ultimo respiro» diretto da Jim McBride, che ha ambientato la vicenda in America e invertito le nazionalità dei personaggi principali, scritturando Richard Gere nei panni del ladro e Valérie Kaprisky in quelli della studentessa francese di cui il protagonista è infatuato. •

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