20 novembre 2019

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09.06.2019

Gaspar Noè, arriva «Climax» estasi e dramma della droga

Una scena di «Climax» di Gaspar Noè
Una scena di «Climax» di Gaspar Noè

ROMA Atterra come da un pianeta proibito in sala dal 13 giugno il nuovo film di Gaspar Noè, «Climax», che era stato presentato alla Quinzaine ds Realisateurs nel 2018 con lo charme del cinquantesimo compleanno e l’aura protestataria che, nella ricorrenza del Maggio ’68, si portava dietro la sezione indipendente promossa dai registi francesi. Francese in verità Gaspar Noè non è, visto che è nato a Buenos Aires nel ’63, ma tutta la sua carriera e il suo sulfureo successo sono stati garantiti dalla spinta dei Cahiers du Cinèma e dalla fedeltà del Festival di Cannes alle sue provocazioni, spesso accompagnate da una follia visionaria del linguaggio che hanno garantito, tra scandalo e provocazione, l’attenzione a pellicole come «Carne», «Irreversible», «Love». «Climax» è a sua volta un vero «oggetto volante non identificato» su cui è stato tenuto il segreto fino all’ultimo. Con attori sconosciuti e presi dalla strada, Gaspar Noè mette in scena una situazione tra dance music e follia giovanile che si pretende ambientata negli anni ’90 da un fatto vero. Durante le prove di uno spettacolo di danza il gruppo dei ragazzi finisce, senza spiegazione apparente, sotto l’influsso di una dose di Lsd. Chi l’ha portata? Come mai tutti i ragazzi la hanno assunta? Il risultato è comunque devastante: dal divertimento si passa all’eccesso e all’estasi, da lì alla follia autodistruttiva il passo è breve. «Climax» procede attraverso una serie di quadri viventi, quasi composizioni estetizzanti, che ritraggono il gruppo dei ragazzi nelle più diverse combinazioni, dal sesso alla violenza, dalla passione al disgusto. E intanto la cinepresa di Noè impazza, come suo costume, mixando immagini dal vivo a riprese amatoriali, frammenti di cinema e visioni oniriche in un crescendo selvaggio che alla fine non può lasciare indifferenti. L’eccesso è la cifra stilistica di questo autore: o lo si accetta o lo si rifiuta nel suo barocchismo estetizzante in cui l’orrore diventa bellezza espressiva e la violenza delle immagini si sposa a una strana poesia quasi timida. •

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