11 dicembre 2019

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27.04.2019

Dalla Cina storia d’amore tra la ballerina e il boss

Una scena del film
Una scena del film

«I figli del Fiume Giallo» di Jia Zhang-Ke - dopo il Torino Film Festival in sala dal 9 maggio con Cinema di Valerio De Paolis - ci porta nella Cina del 2001 dentro la cultura jianghu (quella criminale della triade cinese). Qui la giovane ex ballerina Quiao (Zhao Tao) si innamora di un boss della mafia locale, Bin (Liao Fan) ed è disposta a fare tutto per lui. Così, quando Bin si trova in un conflitto a fuoco, non manca di mettersi a sparare per salvarlo, tanto da venire imprigionata per cinque lunghi anni. Non solo. Quando esce lo va a cercare, ma lui si è ritirato, fa un’altra vita e ha un’altra donna. Fin qui tutto bene, ma la storia d’amore tra in due in realtà non finisce. Continua anche se con modalità diverse e con il chiaro intento di mostrare che la modernizzazione della Cina è andata a toccare anche quella cultura popolare e radicata della delinquenza “sporcandola“ di cellulari e compromessi. Quasi una missione, quella del regista, di monitorare il cambiamento, con ironia e forse anche con un po’ di dolore. «Ho lavorato a questo film per tre anni - ha detto il regista già Leone d’oro a Venezia con “Still Life“ - e quello che racconto è una parte importante di quella cultura cinese jianghu (triade, mafia) che ha un doppio significato, quello che la lega sia a una vita drammatica, che a una vita pericolosa. Nei Figli del fiume Giallo parlo di una storia che va dal 2001 al 2008, quando la Cina viveva drastici cambiamenti e tutti i valori tradizionali erano cambiati poco a poco».

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