20 novembre 2019

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03.06.2019

«American Animals», rapina da studenti

Una scena di «American Animals»
Una scena di «American Animals»

ROMA «American Animals», scritto e diretto da Bart Layton e con protagonisti Evan Peters (X-Men, American Horror Story), Barry Keoghan (Il sacrificio del cervo sacro, Dunkirk), Blake Jenner e Jared Abrahamson, racconta una storia vera: quella della rapina avvenuta alla Transylvania University di Lexington nel 2004. Fin qui niente di strano. A fare la differenza in questo film - già al Sundance, poi alla Festa di Roma e ora in sala dal 6 giugno con Teodora - è il fatto che non si tratta del solito heist-movie, perchè la rapina è a opera di quattro ingenui studenti, pieni di immaginario cinematografico, ma del tutto privi di esperienze di strada. Non solo. In «American Animals» i veri autori della rapina (Warren Lipka, Spencer Reinhard, Chas Allen, Eric Borsuk e Betty Jean Gooch), che si sono fatti ben sette anni di galera, compaiono nel film a commentare la loro storia. Costato tre milioni di dollari, il film, ben accolto dalla critica negli States, racconta come Spencer (Keoghan) e Warren (Peters), due amici di Lexington (Kentucky) che frequentano la stessa università, si ritrovino a un certo punto disposti a tutto pur di cambiare la loro vita e diventare famosi. Loro obiettivo è rubare dei rarissimi libri antichi custoditi, senza grandi misure di sicurezza, nella biblioteca universitaria. Reclutati altri due compagni, il contabile Eric (Abrahmson) e lo sportivo Chas (Jenner), iniziano a programmare in ogni particolare la rapina, ma dovranno ben presto fare i conti con gli imprevisti e, soprattutto, con la loro ingenuità. «Volevo trovare un modo nuovo di raccontare una storia vera. Vengo dal documentario e ho usato le tecniche del cinema del reale per suscitare le reazioni dello spettatore, perchè se uno tira fuori una pistola vera ti si ferma il cuore, mentre se sai che è finta la cosa non ti tocca più di tanto», dice Bart Layton, regista britannico autore nel 2011 del docu L’impostore, qui al suo debutto nella fiction. E ancora il regista: «Volevo scoprire come fosse possibile che un gruppo di studenti benestanti potesse commettere un tale crimine. Così ho cominciato a scrivere ai quattro che erano in prigione. All’inizio erano contenti di condividere le proprie emozioni con qualcuno, perchè le loro famiglie non volevano saperne più di loro. Alla fine hanno capito che raccontare la propria storia poteva aiutare qualcuno. Vivevano come in una bolla e cercavano esperienze che li facessero sentire vivi, unici». •

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