29 gennaio 2020

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05.11.2019

Amedeo Nazzari, il divo gentiluomo

Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson in «Catene»
Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson in «Catene»

Quarant’anni fa, poco dopo aver ricevuto il David di Donatello alla carriera, Amedeo Nazzari, settantunenne, morì per un collasso cardiorespiratorio nella clinica romana Villa Claudia il 5 novembre 1979. Con lui non si spense solo il primo grande divo del nostro cinema, ma l’ideale stesso dell’italiano quale uomo di saldi principi morali, patriota coraggioso, marito fedele e padre di famiglia. Un’immagine a cui Nazzari si attenne sia nella vita privato (un solo matrimonio con la collega Irene Genna, da cui ebbe la figlia Maria Evelina, anche lei attrice), sia nelle scelte professionali. Celebre, a tal proposito, il suo ferreo rifiuto di partecipare al film argentino «Il testimone» (in cui avrebbe dovuto interpretare un pluriomicida corrotto), che, nel 1948, gli valse un incontro chiarificatore con la stessa Evita Peron, curiosa di capirne le motivazioni. Nato il 10 dicembre 1907 a Cagliari, Amedeo Carlo Leone Buffa perse il padre, Salvatore Buffa, in tenera età e si trasferì a Roma con le sorelle e la madre, Argenide Nazzari. Si iscrisse a ingegneria, ma abbandonò gli studi per fare teatro, scegliendo, come nome d’arte, quello del nonno (l’ex presidente della Corte d’appello di Vicenza Amedeo Nazzari). Al cinema approdò con «Ginevra degli Almieri» di Guido Brignone (1935) e «Cavalleria» di Goffredo Alessandrini (1936), esponenti dei due filoni che fecero la sua prima fortuna, ossia le pellicole in costume (fra cui spicca «La cena delle beffe» di Alessandro Blasetti, 1942) e i film incentrati su un prode aviatore. A quest’ultimo ambito appartiene il più alto incasso del Ventennio: «Luciano Serra pilota», sempre di Alessandrini (1938). Nel dopoguerra Nazzari dovette «farsi perdonare» il successo avuto sotto il Fascismo e ci riuscì con «Il bandito» di Alberto Lattuada (1946), che gli valse il Nastro d’Argento come miglior attore. A consacrarlo nuovamente e definitivamente beniamino del pubblico fu il popolare ciclo di melodrammi che Raffaello Matarazzo costruì su misura per lui e Yvonne Sanson («Catene», 1949, «Tormento», 1950, «I figli di nessuno», 1951, «Chi è senza peccato...», 1952, «Torna!», 1953, «L’angelo bianco», 1955, e «Malinconico autunno», 1958), ma Nazzari lavorò anche con Pietro Germi («Il brigante di Tacca del Lupo», 1952), Mario Monicelli («Proibito», 1954), Federico Fellini («Le notti di Cabiria», 1957) e Dino Risi («Il gaucho», 1964). •

Angela Bosetto
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