28 gennaio 2020

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09.12.2019

Teatro-danza: Monica Barone è «Iphigenia» tra rito e vita

Monica Barone in «Iphigenia in Tauride»
Monica Barone in «Iphigenia in Tauride»

Si chiude alla grande la rassegna dedicata al teatro di ricerca «Theatre Art Verona». Oggi alle 19 e alle 21 va in scena, nel Piccolo Teatro di Giulietta (il Foyer del Teatro Nuovo), «Iphigenia in Tauride - Ich bin stumm» (io sono muta), assolo ispirato alla storica performance di Joseph Beuys Titus del 1969, alla tragedia di Goethe e all’opera di Christoph Willibald Gluck. Proposto da Fondazione Lenz, si avvale delle scene e della regia di Maria Federica Maestri, della “imagoturgia” di Francesco Pititto ed è interpretato dalla danzatrice Monica Barone.

 

Dotata di altissima sensibilità «fisica», Monica coltiva con disciplina e passione – nonostante i numerosi interventi chirurgici al volto cui ha dovuto sottoporsi – i linguaggi della danza contemporanea. La rassegna è organizzata dal Teatro Stabile di Verona, in collaborazione con Art Verona, Are We Human, Fucina Culturale Machiavelli, Dismappa e Istituto Design Palladio. «Al centro dell’area scenica, sospese tra i rami metallici di piante meccaniche, in un rispecchiamento nitidamente autobiografico si stagliano», spiega Maria Federica Maestri, «le corna della cerva immolata e sgozzata al posto della giovane. Sul proscenio si erge un piccolo altare, un freddo tagliere in acciaio, su cui è posto un lavacro per eseguire i rituali di purificazione. Su quell’altare, disobbedendo a leggi che ritiene ingiuste e disumane, Iphigenia non immolerà alcuna vittima, non compirà alcun sacrificio umano, ma con un rito intimo e segreto implorerà gli dei di ritornare libera e di essere felice. Di fronte al loro silenzio, confusa e angosciata, decide di osare un’azione audace e di conquistare una nuova patria-corpo, libera da vincoli sociali e religiosi».

 

Nata a Caracas nel 1972, Monica Barone si è diplomata all’Istituto d’Arte Paolo Toschi di Parma e successivamente all’Accademia di Belle Arti di Brera. Nel 2000 l’esordio, a Milano, come artista visiva. «È ancora la biografia a muovere il corpo ed è ancora la vita a dare forma al movimento: il Tanztheater di Pina Bausch», aggiunge Francesco Pititto, «ha segnato per sempre il linguaggio coreografico. Monica, motivata da una profonda necessità esistenziale porta in scena se stessa e la propria vita, compie un rituale contemporaneo che necessita ancora di “danza”, oltre la parola, oltre il gesto, per essere libera di riscrivere la propria storia, per trasformare il mondo».

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