29 febbraio 2020

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23.01.2020

Poli e Bowie, al Camploy l’intervista impossibile

Un momento di «Santa Rita and the spiders from Mars»
Un momento di «Santa Rita and the spiders from Mars»

Scritto e diretto da Marco Cavalcoli, «Santa Rita and the spiders from Mars» è un’intervista doppia, impossibile, tra due personalità apparentemente lontanissime ma in realtà profondamente affini. L'attore storico di Fanny & Alexander dopo Grigio, Him e altri meravigliosi assoli, sarà al Camploy questa sera alle 20.45 con un lavoro di montaggio, sovrapposizioni, intrecci tra due personalità così vicine e così lontane come David Bowie e Paolo Poli.

 

«È un incontro impossibile. Ho scoperto, lavorando su queste figure intorno al tema dell'identità artistica mescolata a quella personale, che i punti di contatto sono molti. Entrambi hanno sviluppato formidabili personaggi: Bowie è stata la prima rock sta a presentarsi sotto le vesti di qualcun altro e Poli ha costruito tanti personaggi dentro di sé. Inoltre entrambi hanno lavorato al confine dell'identità di genere riuscendo ad incunearsi dentro un mondo che queste differenze non le viveva pienamente. Sono stati due apripista».

 

Lo spettacolo di fatto è un reading costruito attorno al ritmo della scrittura. «Nel lavoro c'è una sensibilità ritmico musicale, Bowie nelle interviste si definisce uno scrittore, questo ha facilitato il passaggio dall'una all'altra scrittura in un dialogo assolutamente credibile». Cavalcoli ha nel suo repertorio l'oratoria politica, qui stemperata nell'ironia. «In Poli c'è qualcosa che assomiglia all'invettiva pur scrivendo di aneddoti e racconti, Bowie invece è nella tradizione delle biografie anche se non molto ha scritto e detto di sé” Entrambi hanno affrontato, come Warhol, il tema della scomparsa, magari nel mezzo che li ha creati. I loro travestimenti sono stati forse un modo per rimanere passando, transitando.

 

«In Bowie c'è una ossessione per il tema della morte la sua creazione ha che vedere con uno sfondo che è quello della scomparsa. In Poli c'è una sovrabbondanza di recupero della memoria. Si è insinuato all'interno della tradizione italiana per sovvertirla e trasformarla con molta arguzia. Possiamo solo supporre l'orrore per la morte, per il vuoto, aiutandoci con quel passaggio di Petrolini sull'attore che ha sgomento per la fine». Anche in questo spettacolo l'attore è eterodiretto. Riceve cioè in cuffia le voci, riproducendole e amplificandole sulla scena aumentando la dimensione dell'ascolto.

 

«Il corpo è interamente coinvolto perché scosso e fatto vibrare dalla necessità di aderire vocalmente e sentimentalmente alla memoria vocale» una presenza che si dà nel fuori campo «Si, in questa presenza del corpo evoca fantasmi, attraversato da vibrazioni che vanno oltre la mia volontà. È un corpo agito da qualcosa fuori di sé». Un corpo che si fa contenitore.

Simone Azzoni
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