29 febbraio 2020

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24.01.2020

Mosè Santamaria presenta il nuovo album al Giardino

Cresciuto tra i vicoli di Genova e ora giovane uomo in giro per Verona, tra città e provincia, Mosè Santamaria si è nutrito dei cantautori storici italiani come Lucio Battisti, Fabrizio de André, Lucio Dalla ed Eugenio Finardi, finendo per trovare affinità di cuore con voci più contemporanee come Vasco Brondi, i Baustelle, Vincenzo Fasano, Calcutta e Gazzelle.

 

Per presentare il suo secondo album, “Salveremo questo mondo”, è in concerto stasera, venerdì 24 gennaio, alle 21.30 al Giardino di Lugagnano, con Anna e l’Appartamento (che esegue i brani del disco “Plastic fantastic”) e, in apertura, un altro cantautore «indie», Laurino.

 

Ma di preciso «indie» cosa vuol dire per Mosè? «Una condizione in cui dobbiamo sopravvivere. È una condizione più che un genere», spiega il musicista classe ’83, arrivato al secondo album dopo l’esordio di “Risorse umane”.

«In realtà la musica che propongo è pop. I miei testi sono complessi? Non so, dovreste dirmelo voi. Io ascolto Calcutta e Gazzelle, solo per fare due nomi, e mi sembra tutta musica pop. Certo, dire “indie” oggi fa fico». E rimanda alla indipendenza, anche creativa, di un cantautore, libero da contratti e da vincoli. «Ah, certo! Ma io un contratto lo firmerei subito. Se viene la Sugar di Caterina Caselli (l’etichetta di Ancrea Bocelli ma anche di Raphael Gualazzi e Motta, ndr), io firmo subito! Sono laureato in economia e lavoro per una multinazionale, ma mollerei tutto se potessi vivere di musica. E sarebbe il mio sogno. Se non canto le mie canzoni, sto male».

 

E rispetto al primo album, uscito nel 2015, cos’è cambiato? «Molto. Cambierei quello che c’era scritto nelle note che lo accompagnavano. Toglierei la parola poeta tra quelle che mi descrivevano, perché dire poeta fa un po’ vecchio. Ed è una forma di ostentazione. Mi avevano costruito addosso un personaggio: io guardavo le foto e non mi riconoscevo. Da allora ho lavorato molto per togliere certe sovrastrutture, per comunicare meglio i miei sentimenti. E adesso sono solo Mosè che scrive canzoni. Sono me stesso». •

Giulio Brusati
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