11 agosto 2020

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25.07.2020

Balasso al Castello di Villafranca tra satira e realtà in «Velodimaya»

Natalino Balasso
Natalino Balasso

Squarciare il velo che copre la realtà per arrivare alla vera conoscenza, all’essenza unica delle cose. Ma è davvero possibile? Parte da Schopenhauer, arriva agli antichi testi indiani e torna ai giorni nostri il monologo di Natalino Balasso, «Velodimaya», stasera, sabato 25 luglio, alle 21.15 al Castello di Villafranca per «Villafranca non si arrende».

 

Posti distanziati, controllo della temperatura e sanificazioni: il castello è pronto a ospitare il comico per un appuntamento «saltato» al Teatro Romano. Dalle 19 è aperta la biglietteria al Castello per gli ultimi biglietti rimasti.

 

Balasso, il suo monologo parla anche di emergenza, una parola che ha scandito i nostri ultimi mesi…

«Sì, viviamo nella realtà dell’emergenza, anche se io credo di più nella resistenza. L’emergenza porta denari agli amici degli amici, ed è per questo che dev’essere perenne. Io preferisco la resistenza. Resisto, ma non so per quanto».

 

Intanto è ospite di «Villafranca non si arrende», e finalmente si sale sul palco!

«Sarò da solo. Per le regole anti-Covid, gli attori possono avere rapporti intimi solo con se stessi. Nel periodo di lockdown, ho realizzare un film da solo, il mediometraggio “Io sono io, io non sono gli altri”».

 

Potrebbe essere l’episodio-pilota di una serie…

«Vuol dire che mi tocca girarne altri? Ma mi volete mettere a lavorare? No, dai… State scherzando, vero? La serialità non fa parte delle mie caratteristiche. Amo essere discontinuo».

 

In realtà gli argomenti che tratta ritornano: “i schei”, i rapporti di potere, le classi sociali, il lavoro.

«Sì, i temi, se vogliamo, sono sempre quelli. Altro non sono che i rapporti umani: dominanza e sudditanza, l’idea di libertà e schiavitù…».

 

Uno si approccia alle sue opere, aspettandosi un’analisi del mondo che lo circonda e si ritrova ad analizzare se stesso. Questo processo è voluto?

«Sì, non mi rapporto con il pubblico facendogli credere che è migliore dei politici che vota o dei potenti che vede in tv. La satira, purtroppo, è diventata un atto consolatorio dell’arte: ti dice che sei salvo, che sei migliore dei politici e dei potenti che tratteggia. Io cerco invece di mettere in scena gli esseri umani, comuni cittadini, o i vizi normali delle persone che detengono il potere. E poi siamo sicuri che se diventassimo parlamentari o ministri, faremmo meglio della classe politica in parlamento?».

 

In «Velodimaya» si pratica l’arte del dubbio ma per esprimere il dubbio si deve articolare il pensiero. Come fare nell’epoca degli hashtag e dei tweet con numero limitato di caratteri?

«Eh, non lo so… Il problema della comprensione e dell’uso della nostra lingua è un problema. L’altro giorno, tra i commenti di Facebook, ho letto questa frase: “Pare – e il condizionale è d’obbligo…”. Ma il condizionale dov’è? Ecco, dobbiamo tornare a investire tanto e con intelligenza nel mondo della scuola. Ma se pensiamo davvero che fare lezione su Zoom sia uguale che farlo in aula, non abbiamo capito quanto possiamo apprendere dai rapporti umani. Dobbiamo ripartire dall’uomo».

Giulio Brusati
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