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Editoriale

16.07.2019

Taglio delle tasse
sfida dal Viminale

Un invito al tavolo non si rifiuta mai. Figurarsi, poi, se nel menu ci sono portate pesanti e imprescindibili: la flat tax fino a 50mila euro di reddito, Quota Cento e Reddito di Cittadinanza, lo stop all'aumento dell'Iva. Voci che valgono fra i 40 e i 50 miliardi. C'è, però, qualcosa che non torna nel vertice di ieri fra il leader della Lega, Matteo Salvini e le 43 sigle sindacali sulla manovra economica. In primo luogo la sede dell'incontro, il Viminale. Qui, di solito, si parla di sicurezza, ordine pubblico, immigrazione. Non era mai successo, fra la prima e la terza Repubblica, che il ministero dell'Interno si trasformasse nella cabina di regia della legge Finanziaria. Da questo punto di vista, il vertice dei sindacati al Viminale segna uno «strappo» istituzionale senza precedenti. Non a caso, ieri, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, non ha nascosto la sua irritazione ed ha puntato l'indice sull'invasione di campo del vicepremier leghista, ricordando che l'unica sede deputata per parlare di manovra economica è quella di Palazzo Chigi. Ma non basta. L'affondo del Carroccio ha creato imbarazzo anche fra i Cinquestelle che prima hanno abbozzato, sostenendo che tutto sommato, si era trattato solo di un vertice politico. Ma poi, con l'altro vicepremier, Luigi Di Maio, hanno sparato ad alzo zero contro i sindacati, «colpevoli di aver scelto come interlocutore un politico indagato». Ovvero, l'ex sottosegretario Armando Siri, presente anche lui al tavolone del Viminale.Ma, al di là dell'ennesima lite, le ragioni dell'attivismo di Salvini sono evidenti. Dopo aver fatto il pieno di voti, non è riuscito a capitalizzare il risultato delle Europee, puntando sulle elezioni a settembre. Ora, con la brutta tegola del «Russia-gate», il leader leghista si trova per la prima volta- da quando ha siglato il contratto dell'esecutivo- a giocare in difesa. Il numero uno della Lega sta giocando tutte le sue carte per uscire dall'angolo. Il problema, però, è che nel frattempo il Paese rischia di restare bloccato dai veti incrociati, con i due partiti della maggioranza che non solo non si parlano ma che, quando si incontrano, non fanno altro che litigare. In questa situazione farebbero un errore molto grave le parti sociali, dai sindacati agli imprenditori, a farsi trascinare nei conflitti interni dell'esecutivo tifando per l'uno o l'altro partito. Il dialogo sociale è importante. Ma ancora più importante è chiedere un esecutivo all'altezza delle sfide che abbiamo di fronte e che sia in grado di uscire dal cono d'ombra dell'incertezza.

di ANTONIO TROISE
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