18 agosto 2019

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Editoriale

14.05.2019

Separati in casa
I guai del governo

Come in un matrimonio che scricchiola, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, i separati in casa, vanno a caccia d'ogni buon motivo da rimproverare l'uno all'altro. Archiviata la scenata per la rimozione del sottosegretario leghista Armando Siri, ecco che l'ultimo litigio nel governo è diventato la droga. Salvini annuncia una campagna «negozio per negozio» per chiudere chi commercia marijuana o «cannabis light», come la chiama. «Da oggi comincia una guerra via per via e città per città, non voglio uno Stato spacciatore, la droga fa male», ammonisce il ministro dell'Interno. Naturalmente, il ministro sa benissimo che la posizione dei Cinque Stelle sull'argomento non combacia con la sua. «Il tema non è all'ordine del giorno», corre subito ai ripari il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, per spegnere il fumo - è il caso di dire - della già infuocata polemica. E Di Maio di rimando esorta Salvini a una scelta non meno drastica, ma ben diversa nell'obiettivo da colpire: «Chiuda le piazze di spaccio». Anche a sorvolare sul dibattito di lungo corso se il proibizionismo faccia più male che bene nella lotta mondiale dei governi contro l'arricchitasi criminalità e il danno che essa provoca ovunque, specie ai più giovani, con lo smercio degli stupefacenti, la soglia di liceità della vendita in Italia - ha di recente sentenziato la Cassazione - dev'essere con una percentuale di thc, cioè il principio attivo più noto, non superiore allo 0,6 per cento. Ma è materia incandescente. C'è chi considera lo spinello un atto di libertà privo di conseguenze per la salute. E chi, invece, contesta anche la distinzione fra droga leggera e pesante. Nel senso che per arrivare alla seconda e spesso tragica per chi ne fa uso, il consumatore ha quasi sempre cominciato dalla prima: la droga è sempre e solo droga. Tuttavia, l'ennesimo scontro in corso fra Salvini e Di Maio non è di natura filosofica né scientifica. In vista delle Europee anche questo tema è semplicemente considerato come potenziale portatore di consensi, e tant'è. Viene, però, da chiedersi che fine abbia fatto il famoso «contratto di governo» sottoscritto dalle parti, se poi i punti di conflitto superano di gran lunga, di giorno in giorno, quelli di condivisione. E viene da domandarsi quale altro motivo di contrapposizione i contendenti s'inventeranno domani, mentre non mancano - dall'economia al lavoro, alla crisi in Libia - le ragioni per far ragionare la maggioranza gialloverde sulle vere priorità dell'Italia.

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