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Editoriale

08.07.2019

Se la Libia rilascia
ottomila migranti

Dalla Libia alla Turchia suona in continuazione il campanello dell'immigrazione. Ma l'Europa non sente e non parla. L'ultimo allarme rosso viene da Tripoli, dove il conflitto scatenato da Khalifa Haftar, il generale di Bengasi messo sotto accusa anche dall'Onu per la sua offensiva guerrafondaia, non ha risparmiato neppure un centro di detenzione per migranti: decine le persone uccise o ferite dal raid della sua aviazione. E il legittimo governo di Fayez al Serraj sta ora valutando la chiusura di tutti i centri «con l'obiettivo di garantire la sicurezza dei migranti», come spiegano le autorità. Ma in quel contesto di sanguinosa campagna militare contro il presidente Serraj, l'ipotesi ventilata non è soltanto volta a impedire altre stragi di innocenti. È anche un modo, neppure tanto sottile, per premere sull'Europa e costringerla a una più ferma posizione contro Haftar. La possibile scelta libica di non controllare più niente è un avvertimento agli europei e in particolare all'Italia: lasciare che circa ottomila migranti vadano dove vogliono, significa usare la loro sofferenza come minaccia. La minaccia delle porte e dei porti spalancati per una fuga di massa attraverso il Mediterraneo. Motivata dal fatto inoppugnabile che in Libia si spara. Ecco una ragione ulteriore perché l'Unione europea intervenga, nelle forme politiche concordate con l'Onu, per fermare subito le armi.La minaccia di Tripoli appare la più grave e insidiosa, perché potrebbe essere imminente, ma non è l'unica. Sulla pelle dei migranti anche la Turchia ama giocare le sue partite degli ultimatum. Per bloccare l'esodo dei profughi siriani l'Unione europea ha promesso ad Ankara sei miliardi di euro nel corso del tempo. Un tempo avviato con l'accordo del marzo 2016, ma che proprio di recente aveva fatto registrare un minaccioso appello della Turchia: Bruxelles si assuma le sue responsabilità nella gestione dei migranti siriani «prima che una nuova crisi umanitaria colpisca Turchia, Grecia ed Europa», come ha dichiarato Abdullah Ayaz, capo per le migrazioni. Soldi in cambio dell'altolà dei migranti. Un «accordo della vergogna», come fu da più parti ribattezzato. Eppure, in mancanza di una strategia politica lungimirante dell'intera Unione europea, nemmeno quel fiume di denaro sembra dare i risultati per i quali Bruxelles li ha cinicamente investiti. Mentre ora arriva, sull'onda del mare, la minaccia di Tripoli che Roma e Bruxelles non possono ignorare.

di STEFANO VALENTINI
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