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Editoriale

10.07.2019

Se il tricolore
ritorna a volare

Dopo un commissariamento durato 800 giorni e una lunga serie di tentativi, tutti andati a vuoto, la strada della nazionalizzazione di Alitalia resta l'unica concretamente percorribile. Non c'è da essere sorpresi: l'idea che, alla fine, lo Stato avrebbe fatto il pagatore di ultima istanza salvando le sorti (e le casse) della nostra compagnia di bandiera, è sempre stata sull'orizzonte dei tanti, troppi azionisti, che si sono avvicendati al capezzale della società. Per non parlare, poi, degli amministratori: una sfilza di manager che si sono avvicendati (anche con stipendi milionari) con la stessa frequenza degli allenatori di calcio sulla panchina di una squadretta perennemente in bilico. Nel 2015, secondo i calcoli di Mediobanca, la compagnia di bandiera era già costata agli italiani 7,4 miliardi di euro. Oggi, dopo 4 anni, il salasso è aumentato fino a 9 miliardi. Come se non bastasse, nelle casse della compagnia sono rimasti poco più di 435 milioni, meno della metà dei 900 di prestito ponte concessi dal governo per evitare il default. Alitalia aveva ben poche speranze di vita già nel 2000, quando bisognava avere il coraggio di resettarla e rifondarla. Poi, nel 2008, la grande occasione perduta: il governo Prodi era arrivato ad un passo alla vendita a Klm-Air France per 1,7 miliardi (e 2.100 esuberi). Ma i sindacati si opposero e Alitalia diventò materia di campagna elettorale. Berlusconi mise insieme la famosa cordata di «capitani coraggiosi» che dopo aver bruciato qualche decina di milioni sull'altare della politica, riconsegnarono la patata bollente nelle mani dell'esecutivo. Ora, siamo arrivati ad un punto di non ritorno. La scadenza per presentare le offerte e mettere a punto il piano di salvataggio è il 15 luglio. Oltre non si andrà. In pista, per il momento, ci sono le Ferrovie e il suo partner industriale, la compagnia Delta. Insieme con il ministero delle Finanze, copriranno la maggioranza assoluta del capitale. Non si sa, ancora, chi acquisterà l'altro 40%. In gioco continua a restare Atlantia: la holding che già controlla Fiumicino (oltre a Autostrade), ha le spalle abbastanza larghe per sostenere l'investimento ma per Conte, Di Maio e Toninelli sarebbe un prezzo politico elevatissimo dopo la querelle sulla tragedia del ponte di Genova. Gli altri pretendenti, Claudio Lotito, i Toto e German Efromovich, non sarebbero, invece, graditi. Insomma, la partita sarà decisa, anche questa volta, sul filo di lana. Ma la vera scommessa è di smentire le facili Cassandre che prevedono un nuovo salasso per i contribuenti.

di ANTONIO TROISE
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