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Editoriale

26.04.2019

Se c'è il divorzio
per «infelicità»

La notizia arriva dall'Inghilterra: nel Paese di Sua Maestà la regina Elisabetta ora è possibile il «divorzio per infelicità». Basta che lo voglia uno solo degli sposi. Viene così messo uno stop al cosiddetto «sistema delle colpe», per il quale quello dei due coniugi che voleva divorziare doveva dimostrare il comportamento colpevole o comunque inaccettabile dell'altro, altrimenti la sua richiesta restava bloccata per anni. La notizia è seguita da un commento: l'arrivo del «divorzio per infelicità» costituisce un cambiamento epocale nel Diritto anglosassone. E ci si chiede: come stanno le cose in Italia? A rispondere alla domanda è un esperto di diritto coniugale, Lorenzo Puglisi, il quale risponde che da noi è sempre esistita la possibilità che uno dei due coniugi chieda la separazione anche solo sulla base di una personale sofferenza, anzi il termine usato è «un proprio personale convincimento di sofferenza». Basta insomma che un coniuge sia convinto che il matrimonio peggiora il rapporto tra lui e la felicità, e su questa sensazione può avviare la pratica della separazione. Non sto a esaminare gli aspetti legali della questione, non sono un giurista. Mi fermo al concetto di «felicità». Che rapporto ha con «matrimonio»? «Felicità-matrimonio» sono un binomio garantito? È un binomio inscindibile? Colui che, unendosi in matrimonio, avverte una alterazione del proprio stato di felicità, ha diritto di sorprendersi, lamentarsene, e tornare allo status quo ante? Che il matrimonio alteri lo stato di felicità dei contraenti, in meglio o in peggio, è nella natura del matrimonio. Si passa da una vita da single a una vita a due. Questo significa che, se è propria dell'uomo e della donna la ricerca della felicità, unendosi in matrimonio ognuno dei due passa dalla ricerca della felicità individuale alla ricerca della felicità di coppia. Cambia tutto. E tutto si complica. Se poi vengono dei figli, ognuno dei due genitori deve uscire dalla ricerca della felicità di coppia e puntare sulla felicità di gruppo, cioè della famiglia. È una rivoluzione gigantesca, perché è possibile che la felicità di gruppo richieda la rinuncia alla felicità di qualcuno, per esempio la madre, e che quel qualcuno possa avere soltanto la felicità di vedere la felicità degli altri, accettando che la propria felicità sia messa da parte. Padre e madre devono sentirsi felici se vedono che la famiglia è felice. E allora non scatta più il divorzio per infelicità, perché è tardi, la vita è andata avanti.

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