25 agosto 2019

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Editoriale

10.06.2019

Quando il pedale
univa il Paese

Mattarella nel suo discorso per la Festa della Repubblica ha fatto un appello ad abbassare i toni, a smetterla con le liti e le divisioni. Ebbene, il Giro d'Italia si conclude oggi a Verona, ed è un grande evento popolare. Di più. È dal dopoguerra che il pedale è sempre stato elemento unificatore del Paese. Il primo Giro dopo la grande tragedia, nel 1946, venne fatto quando le macerie erano ancora visibili. E fu il primo atto di quella voglia di riscatto degli italiani. Ma tutti assieme.Il ciclismo rappresenta i nostri valori, soprattutto di veneti: forza, coraggio, caparbietà, fantasia e spirito di squadra. È uno sport senza furbizie, che poggia tutto sulla forza dell'atleta che «tace e tira» ma spesso molla il gruppo e parte in solitaria. Come non ricordare Bartali e Coppi e le loro doti di velocità e di lealtà.Gino Bartali e Fausto Coppi erano due concezioni diverse della politica, della religione, della famiglia, del partito. Perfino del matrimonio. Suscitavano e attiravano due categorie diverse di tifo. Bartali se passava davanti a una chiesa staccava la mano destra dal manubrio e si faceva il segno della croce. Bartali era un passista, uno scalatore, Coppi era un discesista, un velocista. Assurdo discutere chi era meglio e chi era peggio. Erano diversi, però andavano d'accordo.In ballo c'era la passione sportiva del popolo, dei popoli. È noto che quando Pallante sparò con una pistola a Togliatti, e lo mandò nella clinica degli Spallone tra la vita e la morte, si temeva che nel popolo scoppiasse una rivoluzione, ma c'era il giro d'Italia che stava per concludersi, e la conclusione placò la passione popolare. Ed ecco, oggi il Giro d'Italia finisce, a Verona. Con una tappa a cronometro. Velocità pura. Basterà per placare le risse (per fortuna meno tragiche di un tempo) in Italia? Purtroppo crediamo di no.

di FERDINANDO CAMON
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