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Editoriale

10.06.2019

La solitudine
di un angelo

Ora anche il governo della «civile» Olanda, additata da tutti come esempio di libertà, si interroga e manda gli ispettori per capire meglio come sia potuto accadere che ad una ragazzina di 17 anni sia stata concessa l'eutanasia. Tutti noi seguiamo con dolore e vergogna la cronaca della fine della giovanissima olandese di nome Noa, che s'è lasciata morire volontariamente a 17 anni perché non sopportava più la vita. Dolore perché la ragazza era sana e bellissima ed era nata per vivere, ma era stata stuprata più volte. La ragazza ne ricevette un trauma insopportabile e ripetuto. Per superarlo lottò con tutte le forze, ma evidentemente non erano sufficienti.Vergogna perché queste cose accadono in un mondo che è il nostro, da parte di uomini che ci vivono accanto, e che, dopo aver fatto quel che han fatto, non è detto che si siano pentiti, possono anche essersene vantati: esistono purtroppo uomini capaci di questo. Sono uomini sbagliati. Vorremmo che gli stupratori si sentissero uccisori, perché adesso tali sono. Noa non è riuscita a convivere col trauma della violenza, delle violenze subite. Erano una vergogna di chi gliele aveva inflitte, ma lei le pativa come se fossero una propria vergogna, se in qualche modo lei, o anche lei, ne fosse colpevole. È una stortura mentale non rara nelle bambine o ragazze violentate, ed è possibile (ma ci muoviamo nel buio) che non riuscendo ad accettare la gravità dell'offesa patita, cerchino di sminuire il ruolo di vittime passive indossando in parte un ruolo attivo, che non c'è. Noa ha scritto un libro, intitolato «Vincere o imparare», nel quale dà sfogo all'angoscia che non era riuscita a confidare ai genitori e agli amici. Aveva scritto a un istituto per l'eutanasia e il suicidio assistito, ma fu respinta, perché troppo giovane. Ma come può definirsi dunque la sua morte? Neanche lo Stato lo sa, e ha mandato degli ispettori. Tecnicamente non è eutanasia, perché l'eutanasia richiede un intervento attivo dei medici; non si tratta nemmeno di suicidio assistito, perché i medici non hanno fornito le sostanze per porre fine alla vita. Resta una morte volontaria, in presenza di medici dello Stato, che non hanno fatto niente. Quindi lo Stato ha una colpa, magari d'inerzia. Non è stata uccisa, ma è stata lasciata morire. Il Papa dice: «È una sconfitta per tutti». È vero, questa ragazza soffriva molto ma era anche molto sola. La sua sofferenza è una colpa di chi gliel'ha inflitta, ma la sua solitudine è una colpa di tutti.

di FERDINANDO CAMON
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