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Editoriale

02.09.2019

La rivoluzione
in retromarcia

Era il 1993 quando Umberto Bossi dava alle stampe un libro dalla copertina rossa dal titolo «La Rivoluzione». Il senatore successivamente più volte utilizzò quel termine per invitare gli allora verdi padani di Veneto e Lombardia a scendere in piazza. Non è più il tempo delle canotte bianche esibite a Ponte di Legno e dei Ferragosto in cui lo sport della politica era spararla più grossa per guadagnare un titolo sui giornali, ma è tornata la stagione di una Lega che parla al e di popolo, che riscopre Pontida e chissà magari anche l'ampolla con l'acqua del Po. È arrivata la stagione di un movimento in cui anche uno come Luca Zaia, che non è mai ricorso al vocabolario del Senatur e del Capitano, invoca la mobilitazione di strada e invita alla rivoluzione. Sì, proprio alla rivoluzione. Il giorno dopo l'esternazione di Conselve il governatore del Veneto ha voluto spiegare che non c'era nulla di eversivo nella sua chiamata a raccolta della gente e che per lui l'unica rivoluzione possibile è quella che passa per il cambiamento, seppur epocale, a cui si arriva con la forza delle idee e dell'impegno politico, comunque e sempre nel solco della democrazia. Ben conoscendo la storia politica del governatore, impossibile non credergli, ma sarebbe stato meglio precisarlo al popolo direttamente da quel palco, che condivideva con Matteo Salvini, che per l'occasione ha resuscitato il verde sebbene preso a prestito dall'aeronautica militare, e con la ministra Erika Stefani che qualche ora prima aveva paragonato il non concedere l'autonomia ad un colpo di Stato. Sì, proprio ad un colpo di Stato.Il fatto che personalità moderate come la Stefani e Zaia, si affidino a paroloni come «Rivoluzione» e «Colpo di Stato» è la conferma che la Lega del vicepremier e dei ministri è già storia passata. Quella varata nella Bassa Padovana è la campagna del Nord, anche se da queste parti si aspetta, e da molto tempo e da troppi governi, una efficace campagna per il Nord, che parta da una adeguata politica economica e fiscale e proprio dalla riforma per l'autonomia che si è impantanata per le riserve poste da quella parte dell'Italia dove il Capitano ha portato il suo vangelo per riuscire a vestire la Lega con l'uniforme del partito nazionale. E proprio dall'autonomia Salvini vuol ripartire, sicuro di convincere anche il Sud della bontà del progetto, e al popolo pada-padovano che lo acclama e non gli muove, nemmeno sottovoce, alcun appunto per la gestione di una crisi harakiri, assicura che la porterà a casa «costi quel che costi». Sì, proprio costi quel che costi.

di LUCA ANCETTI
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