26 giugno 2019

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Editoriale

11.06.2019

La rivoluzione
del calcio in rosa

C'è una rivoluzione nello sport: è arrivato il calcio femminile. S'è imposto di colpo, con la grande partita della nazionale italiana contro l'Australia. Finora nessuno parlava di calcio femminile, ora tutti i giornali gli dedicano titoli e commenti. Sì, certo, non è ancora un grande business: le calciatrici sono pagate assai meno dei calciatori, e dunque lo sport che praticano è considerato minore, perché qui tutto si misura in denaro. Ma oggi sono considerate assai più di ieri, perché in tv ha avuto successo. Dove c'è successo, ci sono grandi personaggi, e la nostra nazionale ha creato il personaggio sportivo del momento: il suo jolly offensivo, Barbara Bonansea. La nostra partita è cominciata subito in svantaggio, abbiamo subìto un gol all'inizio però poi la nostra nazionale ha realizzato due gol su azione e l'ultimo proprio allo scadere del tempo di gioco: il massimo per sollevare la passione del pubblico. Autrice dei due gol Barbara Bonansea, che gioca a calcio da quando aveva 4 anni, figlia di un padre che la segue ovunque ma ha paura dell'aereo, e quando la figlia gioca lontano la raggiunge in camper, a tappe. Lei, Bonansea, fa la calciatrice perché ha successo, ma se non avesse avuto successo avrebbe ripiegato sul mestiere di ballerina. È dunque una calciatrice sottratta alla danza. Ha vinto due scudetti Primavera col Torino, ha conquistato quattro titoli di Campione d'Italia, tre Coppe d'Italia e tre Supercoppe. Da calciatrice (e cioè da donna), appena segnato il primo gol ha cercato nel pubblico le facce dei genitori, trovando la madre ma non il padre, perché si era emozionato e vergognandosi dell'emozione si copriva la faccia.Il calcio femminile ci abituerà ai sentimenti, che il calcio maschile copre e nasconde. Finirà che un po' alla volta ci abitueremo alle atlete che ridono e piangono, si abbracciano e si asciugano le lacrime, e dopo la vittoria corrono dai nipotini, figli delle sorelle. Proprio quel che ha fatto la Bonansea. Il calcio femminile è più umano, perché è più sentimentale. Che nasca questo nuovo sport e cresca, fa bene alla società. Finora è pagato pochissimo: i campioni-maschi sono pagati troppo, le campionesse troppo poco. Occorre un avvicinamento. È questione di pubblico: prima deve crescere il pubblico televisivo, poi crescerà il pubblico degli stadi. È l'ultimo atto della rivoluzione femminile, che si conferma come la più grande rivoluzione del secolo scorso: l'unica rivoluzione che abbia sempre vinto.

di FERDINANDO CAMON
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