18 novembre 2019

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Editoriale

13.10.2019

La fuga di cervelli parte dal Nordest

Dieci anni fa, università di Padova, si laureano in Fisica dieci giovani tra ragazzi e ragazze. Otto di loro hanno già pronto il posto all’estero, resteranno in Italia solo in due. La tendenza non è cambiata, anzi si è rafforzata: dopo dieci anni di emigrazione di cervelli in fuga, il fenomeno ha oggi una radiografia precisa grazie al report presentato dalla Fondazione Leone Moressa a Palazzo Chigi. In dieci anni dal 2009 al 2018 se ne sono andati dal nostro Paese 250mila giovani tra i 15 e i 34 anni (l’equivalente della popolazione di Verona); non sono rientrati e la loro assenza dal mondo produttivo italiano ha un costo stimato in 16 miliardi, senza contare l’investimento fatto dalle famiglie d’origine e dallo Stato per l’istruzione e la formazione. Una fuga che deve far riflettere sulle cause che l’hanno generata, ma soprattutto sulle contromosse che si dovrebbero mettere in campo subito per consentire che altri non seguano l’esempio. Perché è un’emigrazione diversa dalle altre: proviene soprattutto dalle Regioni del Nord. La Lombardia è al primo posto, il Veneto al terzo in numeri assoluti: 23.300. Ed è terzo dopo Trentino e Friuli per il rapporto ogni mille residenti: 24,3. Insomma, anche il Nordest si deve interrogare. Ma qual è la motivazione? La risposta arriva dal tasso di occupazione: il motivo prevalente è il lavoro. Se in Italia il tasso di occupazione dei giovani si attesta al 16,9%, tra i giovani italiani all’estero sale al 50,8%. Del resto, le ultime politiche del lavoro messe in atto dai vari governi hanno creato per i nostri giovani una vasta offerta di stage e contratti brevi, a tempo determinato, apprendistati e simili, che raramente consentono una vita autonoma dalla famiglia d’origine. All’estero evidentemente ci sono Paesi in grado di offrire condizioni di lavoro meno precarie, più redditizie, tra contratti a tempo indeterminato e dottorati universitari. A conferma di ciò, alcuni dati: l’Italia non solo è il Paese europeo con il tasso percentuale di laureati tra i più bassi (27,6%, solo Ungheria e Romania fanno peggio), ma anche il tasso di occupazione nella fascia 25-29 anni è il più basso d’Europa con il 54,6% contro una media Ue del 75%. Il tasso di chi non studia e non lavora, in questa fascia d’età, è il più alto d’Europa: 30,9% rispetto alla media Ue del 17,1%. Ma dove sono andati questi giovani? Primo posto per Londra e Regno Unito, poi Germania, Svizzera e Francia. In attesa di un motivo valido che giustifichi il rientro in Italia.

MAURIZIO BATTISTA
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