20 luglio 2019

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Editoriale

10.06.2019

L'ultimatum
dell'avvocato

Giuseppe Conte è tornato ad indossare gli abiti dell'Avvocato del popolo, estraneo alle logiche di partito, fedele ai dettati della Costituzione e garante di quel contratto che è stato il vero Dna del «governo del cambiamento». Ma ora non ci sta a passare per un premier dimezzato, colpito quasi a morte sotto i colpi di una campagna elettorale che non si è mai fermata. Una guerra, senza esclusione di colpi, che ha trovato il suo epilogo nel ribaltamento di forze fra i due alleati di governo dopo le europee. Così, ieri, il presidente del Consiglio, ha rotto gli indugi: si è rivolto direttamente ai cittadini. Con l'obiettivo di parlare ai suoi alleati, Lega in testa, e lanciare un vero e proprio ultimatum: o si volta pagina e i partiti depongono armi, tweet, post e fake news nel segno di una «leale collaborazione» istituzionale o salirà sul Colle più alto per rassegnare le dimissioni. Una mossa, per la verità, anticipata nei giorni scorsi e che, secondo «rumors» accreditati, sarebbe stata concordata con un Quirinale fortemente preoccupato dopo le ultime evoluzioni della situazione politica.La replica dei duellanti arriva a stretto giro. Salvini twitta di andare avanti. Di Maio invoca un vertice di maggioranza. Entrambi si dicono disponibili a sostenere Conte. Ma la crisi va molto al di là del significato delle parole. Affonda nelle radici stesse di un'alleanza che ha messo insieme due forze diametralmente opposte. Fino a qualche mese fa, c'era il collante del «contratto» e, soprattutto, del potere, forte anche fra i parlamentari. Dopo le europee, però, il quadro è radicalmente cambiato. La Lega non vede l'ora di passare all'incasso del dividendo elettorale, che lo ha portato a diventare il primo partito della coalizione. I Cinquestelle, frastornati per la loro prima vera sconfitta politica, devono invece capire in che maniera recuperare il consenso. Un'impasse che nemmeno il premier, con le sue doti di mediatore, più riuscire a superare. La crisi politica è tutt'altro che risolta e lo spettro delle elezioni anticipate resta sull'orizzonte. Ancora più evidente, però, è la crisi del Paese reale, stretto fra una crescita che non si schioda dallo zero-virgola e da uno spread che continua a far paura. Perché il vero ostacolo non è a Bruxelles, dove ancora pende la spada di Damocle della procedura di infrazione. Ma sui mercati, pronti a trasformarci nella «nuova Grecia», nel nuovo terremoto finanziario dei debiti sovrani. Conte ha chiesto ai partiti un atto di responsabilità nei confronti dei cittadini. Ora tocca a Di Maio e Salvini dimostrare con i fatti le loro vere intenzioni. Il tempo è già scaduto.

di ANTONIO TROISE
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