26 giugno 2019

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Editoriale

21.03.2019

L'Ong sfida Salvini
e gli fa un regalo

Sbarcare o non sbarcare in Italia? Questo è il problema che per tutta la giornata ha inchiodato governo, procure e polemisti alla vicenda della Mare Ionio, nave italiana che aveva soccorso 49 migranti al largo della Libia. Il tira e molla è finito in serata con la nave che entra al porto di Lampedusa, ma viene subito controllata, mentre le persone a bordo sono autorizzate a scendere. L'inchiesta aperta è per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Ma è bufera su almeno tre aspetti di un caso che somiglia solo in parte a quello della Diciotti, la nave attraccata nell'agosto dell'anno scorso al porto di Catania dopo un fermo di cinque giorni in mare tra le polemiche. Una vicenda per la quale proprio oggi il Senato deve decidere se accordare o no l'autorizzazione a procedere nei confronti del ministro, Matteo Salvini, per sequestro di persona aggravato richiesta dal tribunale dei ministri. Ed è questo il primo dubbio di chi difende la posizione irremovibile del ministro dell'Interno contro gli sbarchi: com'è che alla vigilia del verdetto, e dopo molto tempo di relativa calma, si riapre all'improvviso la questione? Paradossalmente, la sfida della nave rischia di trasformarsi in un regalo politico a Salvini. Il secondo interrogativo è legato al nome del capo missione della Ong: Luca Casarini, attivista «no global» ed esponente di Sinistra italiana. «È la nave dei centri sociali», accusa Salvini, che chiede di arrestare quanti avrebbero violato la legge: «Non è un salvataggio, è un traffico di esseri umani». Il terzo dubbio riguarda il perché, per due volte, la nave abbia disobbedito alla richiesta di non entrare nelle acque italiane fatta dalla Guardia di Finanza. E l'altro vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, sottolinea che l'imbarcazione ha disatteso anche le indicazioni della guardia costiera libica, che stava per intervenire. Opposta è la lettura delle opposizioni di sinistra, che chiedono rispetto per l'umanità dolente. «Alzi il telefono e faccia sbarcare quei profughi», sollecita Dario Franceschini (Pd), rivolgendosi al premier Giuseppe Conte. «Siete dei codardi», dice Nicola Fratoianni (Leu) al governo. A tutti risponde Conte: «Consentire sbarchi indiscriminati e senza limiti, non equivale a offrire accoglienza». Mentre a Roma infuria lo scontro, la Commissione europea lancia il solito invito a «trovare soluzioni prevedibili per gli sbarchi». Ma a Bruxelles, si sa, ai fatti preferiscono i proclami.

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