18 settembre 2019

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Editoriale

23.05.2019

L'onda populista
e i conti dell'Italia

Non risparmia nessuno l'esercito di bandiere verdi che ha invaso il centro di Milano. Insulti, slogan, battute al vetriolo. E tanti, tantissimi fischi. Anche verso Papa Francesco, «colpevole» di aver chiesto meno morti nel Mediterraneo nel giorno dell'ennesimo braccio di ferro sui migranti, con la Sea Watch bloccata al largo di Lampedusa. Eppure il comandante dell'esercito «sovranista», il vicepremier Matteo Salvini, si è presentato al suo popolo con il Rosario fra le mani e citando la Madonna. C'è tutto e il suo contrario in questo finale di campagna elettorale. C'è un dato sul quale, però, occorre riflettere. Nessuno parla più di «piani B» o di uscita dall'euro: la lezione che arriva dall'Inghilterra è stata sufficiente a far cambiare idea anche agli irriducibili nostalgici della vecchia lira. Il 70% degli italiani, dicono gli ultimi sondaggi, ha i piedi saldamente piantati nel Vecchio Continente. E allora? Il rischio vero, nell'ultimo giro di boa della campagna elettorale, è di perdere definitivamente la bussola e di far finire tutto nel tritacarne del «populismo» perfino il Papa. Eppure, gli stessi partiti che oggi se le danno di santa ragione, sanno bene che fra una settimana, le urne saranno chiuse e gli slogan lasceranno il posto alla realtà dei numeri. Quella di un Paese che non ha mai superato la sindrome dello «zero virgola», che viaggia in bilico sul sentiero della recessione e che avrebbe bisogno di meno debito e più crescita. Sono le preoccupazioni espresse ieri dal leader della Confindustria, Vincenzo Boccia, che ha ribadito un concetto: mai i nostri alleati ci consentiranno di sforare la soglia del 3% di deficit. Prima ancora che da Bruxelles saremmo puniti dai mercati. Bisognerà solo avere la pazienza di aspettare e vedere se, passata la sbronza elettorale, si cominceranno davvero ad affrontare i problemi concreti del Paese, a cominciare da quelli dell'economia e del lavoro.

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