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Editoriale

07.08.2019

In mare 150 morti
e l'Europa assente

È il più grande naufragio dell'anno e uno dei più grandi di sempre. Mentre scrivo, i morti nel Mediterraneo vengono calcolati in oltre 150. Dunque il problema non è risolto né in via di risoluzione. E chiama in causa tutti: la guardia costiera libica, che non riesce a fermare i disperati; i fuggiaschi, che rischiano troppo e muoiono in troppi, di una morte così prevedibile da contenere una buona dose di volontarietà; noi italiani, che per aver regalato alla Libia motovedette di nuova generazione, veloci e adatte alla perlustrazione e all'inseguimento, riteniamo che scorgere per tempo i fuggitivi e fermarli e riportarli indietro sia un problema delle forze armate libiche e che a noi resti il compito, residuo e sgradevole, di fermare e portare in qualche destinazione quelli che riescono a entrare nelle nostre acque.Il problema ha questa impostazione. Ma non è una buona impostazione. Non regge. Il primo dato che non è calcolato bene è la «volontà di fuga» dei partenti. È immensa. Queste partenze sono suicidi. E quanti sono quelli che sprofondano e non ne sappiamo niente? Veniamo a sapere qualcosa quando qualcuno si salva e dà la notizia. Ci sono migliaia di annegati ogni anno, e non sappiamo niente. Perché? Perché «non vogliamo» saperne niente. La tecnica di ogni nazione europea è di farne un problema degli altri. È anche la tecnica dell'Italia. Ne fa un problema della Francia, della Spagna, di Malta, delle nazioni che hanno una nave ong ma non si portano in casa i salvati. Naturalmente, le altre nazioni europee fanno di ogni problema di salvataggio un problema italiano. E così quella che, nello spirito della civiltà europea, dovrebbe essere un progetto di salvazione, diventa, per diverse ragioni una fuga dall'intervento. I governi europei (tutti, ormai) considerano un assioma quello della linea dura: pochi sbarchi, pochi salvataggi, pochi morti. Ma intanto il mare si riempie di cadaveri.

di FERDINANDO CAMON
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