20 novembre 2019

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Editoriale

13.06.2019

Il valore
della libertà

Mobilitarsi a Hong Kong, provincia dell'universo. Dall'altra parte del globo, a diecimila chilometri dall'Italia, è in corso una protesta popolare senza precedenti che conferma una verità senza confini: la democrazia, «il peggior regime esistente, tolti tutti gli altri» - come ammoniva il paradossale Winston Churchill - non è mai una conquista per sempre. Bisogna difenderla e poi difenderla e poi ancora difenderla. Il caso esploso sotto le telecamere del mondo è esemplare per tutti quei Paesi, moltissimi e per fortuna crescenti, che hanno imparato a considerare non negoziabile il valore della libertà. Un valore che anche gli sballottati abitanti di questo piccolo territorio asiatico a Sudest della Cina hanno avuto l'opportunità di far proprio per oltre centocinquant'anni, quando Hong Kong apparteneva, pur con tutti i grandi e gravi limiti illiberali della colonia, alla Gran Bretagna. Ma il 1° luglio 1997 la sovranità fu trasferita da Londra a Pechino, e Hong Kong è diventata una sorta di regione speciale amministrata dalla Cina. Non così speciale, tuttavia, da indurre la sua popolazione (poco più di sette milioni di cittadini, un microcosmo in confronto al miliardo e quasi quattrocento milioni di cinesi) a dimenticare i diritti acquisiti per storia e per vita vissuta. Ecco perché sono scesi in piazza più di un milione di persone contro un disegno di legge dell'esecutivo filo-cinese che rende più facile l'estradizione a Pechino di indagati a Hong Kong. Se il testo -per ora sospeso- passasse nel locale Parlamento, la Repubblica popolare cinese potrebbe processare nei suoi tribunali i residenti sospettati della regione annessa ventidue anni fa. La scusa invocata dal governo è quella di poter meglio colpire i criminali. Ma il rischio evidente -obietta l'opposizione- è che si finisca per comprimere le libertà civili e l'indipendenza giudiziaria faticosamente costruite all'insegna del criterio "un solo Paese, due sistemi". Sarebbe una violazione dello statuto a beneficio esclusivo dell'ingerenza di Pechino, denuncia la gente che si ribella a Hong Kong, luogo da tutti conosciuto come centro finanziario internazionale, ma ora anche per la più grande contestazione contro l'invadente Cina. «È una rivolta», dice il capo della polizia sugli scontri. Per poi giustificare l'uso di idranti e spray al peperoncino pur di disperdere la folla in un giorno straordinario di ordinaria difesa della libertà.

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