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Editoriale

23.05.2019

Il padre ucciso
per legittima difesa

La figlia è una studentessa modello, eppure ieri stava per essere incriminata con un'accusa infamante: aver ucciso il padre. Com'è possibile? La figlia gli ha dato una coltellata sulla guancia e un pugno sull'orecchio, e pare che sia il pugno la causa della morte, perché la ragazza, che ha 19 anni, è una pugile, e come tale frequenta una palestra. Siamo di fronte a una figlia ribelle, una parricida? Non si spiegherebbe come mai tutto il vicinato parteggi per lei e sostenga che questa fine era prevedibile. Perché il padre era un violento. Violento come marito, picchiava la moglie, violento come padre, picchiava la figlia, e violento come figlio, picchiava la madre. La quale era cieca. Dunque, un uomo che faceva del male a tutti. Non da sempre: per anni era stato un buon padre, andava in palestra portandosi dietro la figlia, perché anche lei imparasse il mestiere. E si sa come sono questi padri che si portano dietro i figli: comunicativi e affettuosi. Poi è successo qualcosa che ha cambiato tutto. Questo padre ha perso il proprio padre. Da lì è cominciata la deviazione e la decadenza. Incapacità di vivere, ricorso all'alcol e alle droghe, violenza contro tutti. Se mandava la moglie a prendere le birre e quella correva, quando tornava la picchiava lo stesso, perché lui aveva bisogno di menar le mani. Succedeva a Monterotondo, non lontano da Roma. Adesso che lui è morto, ci domandiamo: è una tragedia dell'alcol? Della droga? Risponderei di no. C'è un colpevole? Risponderei di sì. Forse l'uomo ha delle scusanti, perché non ha saputo reggere un lutto e ne è stato travolto. La sua fuga nella violenza è stata inarrestabile. La figlia che ha alzato prima un pugno e poi un coltello contro il padre non sapeva cos'altro fare, per difendere la madre. Ma qui c'è un morto e ci deve pur essere un colpevole. Chi è? È lo Stato. Perché quando una moglie denuncia il marito: «Mi picchia, scappo di giorno e di notte, non so dove andare», quando una figlia denuncia il padre: «Torna ubriaco, ci picchia tutti, ci fa scappare», da quel momento il dovere di difesa e di protezione passa allo Stato, da quel momento i famigliari del violento devono sentirsi al sicuro. Purtroppo va sempre a finire allo stesso modo: i famigliari, prima o poi, ritirano la denuncia, il violento torna a casa e si vendica. Non dovrebbe tornare a casa. Non dovrebbe poter vendicarsi. Qui è lo Stato che sbaglia. Adesso lo Stato perdona la figlia, le riconosce la legittima difesa. Ma è la figlia che non perdona lo Stato, non gli riconosce la capacità di difesa.

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