20 agosto 2019

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Editoriale

17.06.2019

Il maestro
del bello

Franco Zeffirelli era un grande imperfetto, come grande è giusto che il pubblico lo ami e lo ricordi, l'imperfezione spiega l'immancabile distacco tra la sua opera e il capolavoro. Lavorò con Luchino Visconti, e si sente in tutto quello che fa, però rimase sempre troppo formale, troppo attento alla ricostruzione esteriore, ai colori, poco incline a cercare, sotto le apparenze, l'anima. È passato tra diversi generi, il film, il teatro, l'opera, e dappertutto ha portato il suo gusto per la grandezza, la complessità, l'imponenza delle scene, restando meno interessato al messaggio, al sentimento, alla verità. Anche nelle relazioni era rispettoso e geloso ma pronto al distacco. Di lui ricordo giudizi acuti e profondi sul suo maestro Luchino Visconti, ma anche frecciate velenose e purtroppo veritiere sul contrasto tra il sinistrismo dichiarato del maestro e la vita intimamente destrorsa che conduceva. Quando tutti sparavano giudizi entusiasti sulla coerenza comunista di Visconti, Zeffirelli, che lo frequentava anche fuori del set, se ne uscì a dire: «Comunista Visconti? Ma se ha appena licenziato due camerieri, perché non avevano pettinato i cani!». Probabilmente era vero. Zeffirelli aveva questa attenzione a spiare la vita non-ufficiale, la vita segreta, dei personaggi che incontrava. Era convinto che un uomo fosse una cosa per come si presentava, e tutt'altra cosa nella realtà. Credo che questo fosse un retaggio della sua complicata origine, quell'esser nato fuori del matrimonio, quel fatto di venir riconosciuto dal padre solo dopo che aveva compiuto i 19 anni. Questo ha intorbidato tutta la sua vita. Per tutta la vita cercò l'amore del pubblico, e riuscì a trovarlo con i grandi temi, gli immensi personaggi, le figure portanti della storia, e più grande e più portante di tutte il Cristo: Zeffirelli oggi è il regista del kolossal internazionale Gesù di Nazareth, dove tutto è ammirevole e seducente ma non conturbante o disturbante, come il personaggio venuto a sconvolgere e reimpostare il mondo. La Chiesa si accorse della sapienza espositiva di Zeffirelli, e lo incaricò di filmare l'apertura dell'Anno Santo. Zeffirelli era perfetto per questo. Perché era colore, parola, gesto, canto. Era maestosità. Perfino il suo San Francesco era colore, sfondo, eleganza, insomma bellezza. Nel messaggio di Zeffirelli niente disturbava questa intesa col pubblico. Si dichiarava omosessuale ma cattolico. Era amato e stimato per questo equilibrio. Probabilmente, il regista più amato e stimato che avevamo.

di FERDINANDO CAMON
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