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Editoriale

23.10.2019

I figli all'estero,
la nostra sconfitta

Ieri ha ricevuto dal Presidente della Repubblica l'attestato di «alfiere del lavoro» la studentessa veronese Emma Maria Ugolini, diciottenne, e dice che, se avesse avuto la possibilità di dire qualcosa al presidente, gli avrebbe chiesto scusa, perché si vede costretta a studiare all'estero, e questo le sembra un tradimento. Perché il premio «alfiere del lavoro» vien dato ai migliori studenti delle nostre scuole, ed è chiaramente un riconoscimento per i risultati ottenuti finora, ma vorrebbe essere anche un vincolo per il futuro, una prova che la patria questi figli li ha notati, li apprezza, li segnala, e dunque vorrebbe che restassero qui. La corsa delle generazioni è una staffetta: la generazione precedente porta il testimone alla generazione seguente, la quale corre per darlo alla generazione ancora successiva. È il senso della vita e della storia. Noi genitori, padri, insegnanti, governanti, ci sentiamo in pace solo se abbiamo fatto una buona gara, se diamo il testimone ai figli ed eredi in tempo e non in ritardo, se gli permettiamo di partire con la corsa della loro vita in modo da reggere il confronto con i loro coetanei delle altri parti del mondo. Se abbiamo coscienza che questo compito non ci riesce, che per vivere e studiare e lavorare i nostri figli devono andare all'estero, per trovare e usare le possibilità di studio, ricerca e specializzazione che là ci sono e qua no, ebbene, allora ci prende un senso di sconfitta, di scoramento, di fallimento con la nostra missione esistenziale in terra, non solo come padri di una famiglia ma anche come cittadini di una nazione. Emma e gli altri premiati con lei, che ha scoperto come a fare risultato sia l'intelligenza ma anche il metodo e la costanza, per cui lei studiava tutta la settimana e non esisteva giorno di festa, tutti i mesi e non esisteva mese di vacanza, non dovrebbe portare all'estero e far fruttare all'estero i risultati di tutto ciò che ha appreso qui: non dovrebbe volerlo lei, non dovremmo permetterlo noi. In questo momento noi siamo fermi da troppo tempo e non abbiamo progresso, abbiamo bisogno che qualcosa sblocchi la nostra situazione e ci ridia slancio: questo qualcosa non può essere che la scoperta, l'invenzione, lo studio, la ricerca, il progresso, la scuola, l'università. I giovani geniali come Emma hanno il diritto di sviluppare qui la loro genialità, e noi abbiamo il dovere di permetterglielo. Se un giovane genio va all'estero, è una sua vittoria ma una nostra colpa. Se Emma va all'estero, non deve chiedere scusa all'Italia. L'Italia deve chiedere scusa a lei.

di FERDINANDO CAMON
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