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Editoriale

26.04.2019

Gli alleati
azzoppati

Il reddito di cittadinanza era la bandiera del cambiamento. Per ottenerlo e mantenere la parola data in campagna elettorale, i Cinquestelle avevano anche superato dubbi e riserve degli alleati leghisti. Tuttavia, i primi dati diffusi dall'Inps sull'esito concreto dell'iniziativa, appariranno scoraggianti per molti.Dal 6 marzo scorso a oggi, poco più della metà degli 800mila richiedenti sono stati considerati beneficiari: una platea di 472mila cittadini. Ma di questi soltanto uno su cinque otterrà l'importo tante volte indicato da Luigi Di Maio, ossia un assegno vicino ai 780 euro.Più fortunato sarà appena un cinque per cento di italiani, a cui spetterà l'accredito sopra i 1.000 euro nelle famose carte gialle. Accredito, però, che farà il paio, per converso, col sette per cento delle domande a cui sarà corrisposta una cifra irrisoria fra 40 e 50 euro.A conti fatti, dunque, la «rivoluzione» appare modesta: al cinquantotto per cento dei richiedenti- quasi sei persone su dieci-, spetterà un sussidio mensile sotto i 500 euro. E comunque la maggioranza dei contributi accordati (uno su tre), oscillerà fra 300 e 500 euro.In sostanza, le somme erogate sono in buona parte lontane dal sogno di poter risolvere d'incanto con l'aiuto di Stato, cioè pagato dai cittadini, le difficoltà di tutte le famiglie in povertà. E in Rete dilaga la polemica di chi si aspettava di più di quanto, invece, riceverà.Se la grande promessa dei pentastellati appare di gran lunga ridimensionata, anche la lunga marcia dell'alleato leghista sospinta da sondaggi favorevoli, ora rischia la prima battuta d'arresto. Tutto ruota intorno al «caso Siri», la vicenda che vede il sottosegretario ai Trasporti, il leghista Armando Siri, indagato per corruzione nell'ambito di un'inchiesta aperta fra Palermo e Roma. Lui si dichiara estraneo e chiede di essere interrogato. Ma il ministro pentastellato Danilo Toninelli gli ha tolto ogni delega e Di Maio lo invita a lasciare la poltrona governativa. «Deciderò presto sulle dimissioni di Siri», dice il presidente del Consiglio, Conte, a testimonianza dell'imbarazzo vissuto nella maggioranza. La questione non è il giudizio sull'indagato (ogni accertamento spetta solo alla magistratura), ma l'opportunità politica e morale che, nell'attesa dell'esito giudiziario, lui resti sottosegretario. E il Partito democratico presenta una mozione di sfiducia al governo. Caso Siri per gli uni, delusione da cittadinanza per gli altri: gli alleati azzoppati.

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