20 luglio 2019

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Editoriale

11.03.2019

Anche i veneti
si arrabbiano

Nella partita tra alleati venerdì si era avuta l'impressione che Salvini avesse dato scacco matto a Di Maio sulla questione Tav. I 5Stelle erano finiti in un binario morto. Con il Sì all'alta velocità, anche al progetto mini, sembravano destinati a perdere l'anima stessa del movimento e a registrare un fuggi fuggi di parlamentari. Con il No, avrebbero fatto deflagrare la crisi di governo, andando incontro ad una emorragia di voti pari a quella già subìta in Abruzzo e in Sardegna. Serviva un «Nì». Il re M5S sembrava sul punto di cadere, le porte del castello pronte a spalancarsi all'incedere fiero del Capitano, che però non aveva tenuto in debito conto che il suo alleato-avversario poteva schierare dalla sua parte l'arbitro. Giuseppe Conte, oramai vestita la casacca grillina, un po' per conservare uno scranno che gli piace ogni giorno di più, un po' per consacrarsi futuro candidato premier del movimento, ha mostrato il cartellino rosso ai bandi di gara, congelando e rinviando ogni decisione sulla Tav.Il governo è salvo. La faccia del Paese? Grazie a questa decisione pilatesca, domani sarà un lunedì come tutti gli altri, almeno per l'Italia. L'esecutivo sceglie la politica del traccheggio, destinata ad accompagnarci fino alle elezioni europee. Passo avanti o passo indietro? Così, mentre l'opposizione, con il governatore del Piemonte Chiamparino, parla di accordo degno di una repubblica delle banane e invoca il referendum, Giggino e i suoi invadono Twitter rimarcando che ha prevalso il buon senso e la lealtà verso il contratto. Conte spiega: «Questo governo e le forze politiche che lo sostengono si sono impegnati a ridiscutere integralmente questo progetto, nessun vincolo economico e giuridico dovrà essere assunto per l'Italia». Ma Salvini per quanto tempo potrà stare in silenzio? Dovrà spiegare le sue intenzioni, prima di tutto a quella parte del Paese che guarda alla Tav come soluzione irrinunciabile per non far morire o scappare le aziende. Il Nord, che il Matteo ha sfilato dalla ragione sociale del suo partito, dopo avergli affidato i voti è pronto a misurare le sue scelte, fiducioso che il Capitano imboccherà il giusto binario, anche se dovesse portare a decisioni dirompenti. Per conservare il tesoretto «virtuale» di consensi, Salvini non dovrà, però, farsi condizionare da conti in sospeso come il definitivo ok alla legittima difesa, il voto del Senato sul «suo» caso Diciotti e l'autonomia delle Regioni e ricordarsi che prima o dopo anche i veneti potrebbero arrabbiarsi.

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