08 agosto 2020

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26.06.2020

L’alpinista che era di casa sull’Himalaya (25 volte) e ideò la Camminalonga

Gemma ed Ezio, lei morta il 15 marzo, lui il 22 aprile. In alto, Berti in vetta
Gemma ed Ezio, lei morta il 15 marzo, lui il 22 aprile. In alto, Berti in vetta

Sulla croce provvisoria che contraddistingue la sepoltura di Ezio Berti nel cimitero di San Giovanni Lupatoto c’è appoggiato il gagliardetto del Gruppo Amici della Montagna. E proprio il gruppo lupatotino di amanti delle cime intende ricordare l’alpinista venerdì 3 luglio: sarebbe stato il giorno della Camminalonga, la marcia dal paese al Carega, creatura di Berti, ma quest’anno non si terrà. Il ricordo dello scalatore di 80 anni, per 25 volte in Himalaya, rapito dal Covid-19, permane vivissimo. Berti è scomparso il 22 aprile per complicazioni respiratorie legate al virus all’ospedale di Villafranca, dove era stato trasferito dopo un mese di ricovero a Borgo Roma. Poco più di un mese prima, il 15 marzo, era morta, sempre di Coronavirus, la moglie Gemma. LA NOTIZIA della morte della mamma era stata però tenuta riservata al figlio Remo, colpito ai primi di marzo dal Covid-19, il quale fortunatamente, dopo 15 giorni di intubazione, era riuscito a cavarsela. In osservazione c’è stata per alcuni giorni anche Elisabetta, figlia di Ezio e Gemma e sorella di Remo. Insomma il destino e il morbo si sono accaniti senza pietà sulla famiglia Berti. Ezio Berti era molto conosciuto in paese per la sua attività di alpinista ma anche per la sua abilità di fotografo. «Era sempre pronto ad affardellare lo zaino e ha vissuto una vita di corsa perché non bisognava perdere l’occasione di provarci, di misurarsi con la montagna e con la sua altra passione, la fotografia», è stato il ricordo di Ezio Damasconi, presidente degli Amici della Montagna. ORIGINARIO di Cologna Veneta, Ezio si era trasferito a San Giovanni Lupatoto una trentina di anni fa. Nel 2012 Berti presentò un video della durata di un’ora e mezzo nel quale ripercorreva le tappe più importanti delle escursioni alpinistiche compiute in Asia, a cominciare dai trekking svolti salendo a quote fra i 5.000 e i 7.000 metri sotto alle montagne che rappresentano il «tetto del mondo». Nel video raccontava le centinaia di chilometri percorsi fra ghiacciai, strapiombi e cime innevate nelle innumerevoli spedizioni. Il suo primo trekking risale 1988. Altri ne seguirono non soltanto in Himalaya, fra Pakistan e Tibet, ma anche in America del Nord e del Sud. Il primo gagliardetto degli Amici della Montagna arrivò, portato da Berti, sulla cima del Gondkhoro, a quota 5.700 metri, all’inizio degli anni Novanta. L’alpinista ha vissuto le sue prime esperienze in montagna in Carnia negli anni Cinquanta. Nel 2005 ha svolto una impegnativa escursione sull’Annapurma. Nell’ottobre 2001 insieme con un altro alpinista veronese tentò l’ascesa alla cima himalayana del Cho Oyu, sesta montagna al mondo per altitudine con i suoi 8.201 metri. L’impresa non andò a buon fine a causa dell’eccezionale maltempo che costrinse i due alpinisti a tornare sui loro passi. PER QUEL TENTATIVO, Berti rimase in Himalaya 51 giorni necessari sia per il periodo di acclimatamento che per la scalata vera e propria. Prima aveva svolto un trekking in Mongolia, preceduto da un viaggio in Canada e da un’escursione in Patagonia. Nel 2009 aveva fatto ai familiari la solenne promessa di abbandonare le scalate ma non seppe mantenerla per il troppo amore per le cime. Poco dopo Natale 2019 c’era stata l’ultima sua scarpinata sulle nevi dell’Himalaya (la venticinquesima). Berti si era recato in Nepal per portare concreta solidarietà a una famiglia locale. Ci disse: «Con gruppo di amici di Verona siamo stati a Katmandu per mettere direttamente nelle mani della signora Samar, vedova dello scomparso portatore Rinci Sherpa, la somma di 2.600 dollari». Rinci, in qualità di portatore, aveva assistito Berti in alcune delle ultime scalate e nei trekking sull’Himalaya.

Renzo Gastaldo
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