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06.11.2013

L'eroe senza una tomba darà il nome ai giardini

Osvaldo e Mariateresa Stecca, pronipoti di Raffaele FOTO AMATO
Osvaldo e Mariateresa Stecca, pronipoti di Raffaele FOTO AMATO

Non c'è mai stata una tomba su cui una madre potesse piangere e i parenti portare un fiore: da domani, però, a Verona ci sarà un giardino a ricordare la memoria del tenente Raffaele Trevisan.
Nel suo paese, Roncà, gli hanno intitolato una strada, una lapide e l'aula del Consiglio comunale e domani, per iniziativa di Mario Presa, che abita a Verona ma è nato a Vestenanova, anche il capoluogo conoscerà l'eroica storia del tenente morto alle Bocche di Cattaro nel settembre del 1943.
Al tenente Raffaele Trevisan il Comune di Verona, con quello di Roncà, ha deciso infatti di intitolare, domani alle 15, i giardini di via Barana. La sua storia è appesa a un medagliere: la medaglia d'oro alla memoria, tre medaglie d'argento al valor militare, due croci al valore militare, due croci al merito di guerra ed un encomio solenne. Non c'è una tomba a raccoglierne le spoglie, ma nemmeno una data certa del decesso di questo ragazzo atletico e bello morto tra il 14 ed il 15 settembre 1943. Solo qualche giorno prima, il giorno dell'armistizio, era a casa sua, a Roncà, accanto alla mamma Caterina Marchi. «Raffaele era tornato a casa in convalescenza dopo essere stato ferito in Montenegro, dove guidava la 2a Batteria del 155° reggimento di artiglieria della divisione “Emilia”. Quando venne sottoscritto l'armistizio, volle partire subito», ricordano Osvaldo e Mariateresa Stecca, pronipoti che all'epoca avevano 7 e 5 anni. «La bisnonna gli chiese perchè volesse a tutti i costi tornare in Jugoslavia. Rispose che lui i suoi uomini non li avrebbe traditi, non li avrebbe abbandonati», racconta Mariateresa. «Ricordo che disse che avrebbe preso il tram delle 18 quella sera per assicurarsi la coincidenza per Ancona e poi imbarcarsi. Mi prese in braccio e mi diede delle caramelle. E ricordo la bisnonna che salì in granaio per vederlo allontanarsi. Si ripeteva che non l'avrebbe visto più. E non lo nominò mai più». Raffaele raggiunse presto la zona del villaggio di Gruda: l'armistizio aveva girato le carte e costretto a capovolgere il fronte.
Ora le Bocche di Cattaro andavano difese non più dagli anglo-americani, ma dai tedeschi. «Raffaele tornò al suo posto di comando, impegnato al contempo a difendersi dall'attacco nemico e a salvare quanti più uomini poteva. Fino al colpo di mitragliatrice che lo uccise. Dopo la guerra», racconta Mariateresa, «ricordo di aver visto spesso donne del paese venire ad inginocchiarsi davanti alla mia bisnonna baciandole le mani perché al fronte Raffaele aveva salvato tante persone». «Ecco chi era, un generoso, non un fanatico», dice il pronipote, «uno zio quasi cugino che mi faceva fare i giretti su un baio nero nella corte della bisnonna», ricorda Osvaldo. Raffaele, che sul retro di una foto scriveva alla madre «ciao me bela veceta, on baso in fronte. To fiol Lello». Già «Lello», perito industriale prima, professore diplomato all'Isef poi, amante della musica, dello sport, dello studio, dell'arte. Alle Bocche di Cattaro morirono 257 artiglieri della 2a Batteria e il loro comandante Trevisan.

Paola Dalli Cani
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