26 settembre 2020

Economia

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16.07.2010

Melegatti alla sfida dell'export


 Melegatti alla sfida dell’export
Melegatti alla sfida dell’export

Data ufficiale: 14 ottobre 1894. Quel giorno nasceva a Verona il pandoro, re incontrastato della pasticceria scaligera. Domenico Melegatti si preoccupò anche di brevettarne la ricetta originale con tanto di attestato di privativa industriale rilasciato dal Ministero dell'Agricoltura del Regno d'Italia. Di sicuro il pasticcere di Corso Porta Borsari non immaginava i numeri del dolce che aveva creato: il pandoro nel complesso di tutti i vari marchi vale oggi quasi mezzo miliardo di euro.
A quasi 116 anni da quel giorno, l'azienda che porta il suo nome e che appartiene tuttora ai discendenti ha cambiato solo la sede passando per Via Raggio di Sole e per Corso Milano. Oggi non è più una pasticceria cittadina ma uno stabilimento industriale con 80 dipendenti, che diventano più di 600 tra agosto e dicembre, con 60 milioni di euro di fatturato e una quota di mercato di circa il 15% sui dolci lievitati da ricorrenza.
Gli ultimi cinque anni della Melegatti non sono stati facili. Ad iniziare dai problemi societari iniziati nel 2005 all'indomani della scomparsa di Salvatore Ronca, storico presidente, e conclusisi a fine 2008 con l'arrivo alla testa della società di Emanuela Perazzoli, vedova di Salvatore, dopo un lungo braccio di ferro con una parte della proprietà più incline alla cessione della maggioranza alla Battistero di Parma. Assieme a Gigliola Ronca (sorella del presidente) ha rilevato quote minori di capitale fino a detenere il 68% della storica azienda dolciaria, portando così la maggioranza nelle mani dei Ronca.
UN'EREDITÀ PESANTE. «Il 2009 è stato per l'azienda una specie di anno zero» afferma l'avvocato Gigliola Perazzoli. «Siamo ripartiti con l'eredità pesante di una perdita nel bilancio 2007-2008, era di quasi 5 milioni. Rimettere in sesto quella macchina in industriale piena di problemi non è stato facile. Con fatica, ma alla fine ci siamo riusciti. Abbiamo agito in primo luogo sul contenimento dei costi - unico modo nel nostro settore per recuperare margini di guadagno finiti sotto terra - riducendo anche il fatturato di un paio di milioni per non vendere a tutti i costi senza margine. Tanto che l'esercizio 2009-2010 si è chiuso con un utile di circa un milione di euro, praticamente raddoppiato rispetto al bilancio precedente e con la prospettiva di tornare a distribuire anche un po' di dividendo ai soci. Ora ci sono anche gli spazi per pensare ad un vero e proprio rilancio».
Pandoro, panettone e colomba incidono però ancora troppo sul business della casa dolciaria. I lievitati da ricorrenza pesano infatti per il 75% sui numeri di Melegatti. Per questo e per aggirare una concorrenza di settore molto serrata, il management sta cercando di allargare l'offerta ampliando il portafoglio all'extraricorrenza, con un occhio sempre più attento ai mercati esteri. «La quota di fatturato realizzato oltre confine è ancora contenuta», sottolinea la presidente. «Siamo attorno al 4%, ma ci sono ampi spazi per crescere, soprattutto in Sudamerica, l'area geografica che ci sta dando le maggiori soddisfazioni. Ma sta crescendo l'interesse anche da parte del Canada, dell'Australia, degli Emirati Arabi, della Russia e del Sudafrica».
A preoccupare i vertici Melegatti è semmai la nuova impennata dei prezzi delle materie prime. «Solo sul burro industriale è in atto una manovra speculativa simile a quella del 2007: siamo a quasi 5 euro al chilo», aggiunge la presidente Perazzoli. «Sono prezzi che imporrebbero a cascata un adeguamento di valore sul prodotto finito, cosa che però non è sempre possibile per il rapporto difficile rapporto con la grande distribuzione. Ci salvano, per ora, le grandi quantità e il contenimento dei costi. E la ricetta di Domenico Melegatti…».

Alessandro Azzoni
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