29 marzo 2020

Economia

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07.10.2012

Economia del dono per battere la crisi Ma non è il baratto

È innegabile lo stretto rapporto tra l'economia e lo Stato. Un'altra nozione ben chiara è quella di crisi, che, apparente o stillata, accompagna quotidianamente la vita di ciascuno. Le soluzioni alla situazione sono molteplici e diversissime. Pare che, destra o sinistra, più o meno colorati, tutti abbiano fallito e l'unica soluzione sia rifugiarsi nell'economia del dono. Questa proposta non necessita del dio denaro e, proprio per questo, sembra la soluzione vincente. Si basa sulla condivisione di quanto si possiede in modo libero, senza che lo Stato o qualsiasi ente decida l'ammontare o le modalità di corresponsione. Ogni soggetto può dare il proprio contributo, purché questo non comporti un esborso monetario. Si dona, semplicemente: secondo la disponibilità di tempo, di risorse intellettuali e di capacità. ALT AL DENARO. Se il mercato fondato sul denaro fallisce, eliminare la moneta è già un buon punto di partenza. Ma l'economia del dono non vuole ricadere nel baratto. Infatti non cerca un metro di paragone, un Gold Standard alternativo, per soppesare quanto elargito con quanto ricevuto. Si prende in base al bisogno, si dona in funzione delle necessità. La frase può sembrare uscita da uno slogan russo per propagandare l'economia pianificata, ma anche da questa si distacca nettamente. Infatti la «gift economy» non prevede enti esterni controllori che dettino le regole del gioco; rispetto all'economia di mercato, manca l'interesse e la ricerca di guadagno, pur puntando alla specializzazione. Cosa muove, allora, gli aderenti? La volontà di donare, di fare del bene, di mettere a disposizione le proprie capacità e la propria esperienza in un modo che, socialmente o lavorativamente, non è possibile fare. È la soddisfazione personale e non il profitto, è la scoperta di nuovi rapporti e di relazioni disinteressate, è l'opportunità di realizzare ciò che piace anche senza avere i capitali o le porte giuste per poter intraprendere. È la fiducia, che col tempo diventa certezza, che gli altri si comporteranno allo stesso modo, è la piena consapevolezza dei propri limiti che serve a valorizzare il contributo degli altri. Dietro alla teoria ci sono altrettanti interessanti riscontri pratici. L'era di internet mette in rete risorse di ogni genere: dall'enciclopedia più famosa al mondo, Wikipedia, ai consigli sui forum, alle recensioni sulle vacanze. E non mancano spazi di condivisione e di scambio di informazioni con il peer to peer e il crowd sourcing. TECNOLOGIE. Per chi non fosse ferrato con le nuove tecnologie potrebbe essere interessante la tendenza approdata dal mondo anglosassone di utilizzare le aree urbane per la coltivazione di ortaggi. Un esempio europeo è Londra. In occasione delle Olimpiadi, la città ha presentato il piano di sostenibilità urbana proponendo di impiegare i giardini pubblici, le aree adiacenti i parchi giochi, le zone verdi delle case di cura, i cantieri ferroviari in disuso, oppure le sponde dei canali. Ogni centimetro pubblico sembra pronto a diventare un'area coltivata. Le risposte sono state favorevoli. Ottimi anche i risultati in termini di assorbimento di CO2 e riduzione dell'inquinamento, oltre alla disponibilità di prodotti stagionali per gli urban farmer. L'iniziativa ha contagiato sia chi avrebbe desiderato un giardino, sia chi preferisce risparmiare sulla spesa coltivando direttamente alcuni ortaggi. I riscontri a San Francisco, Boston e Seattle, per citare alcune realtà oltre oceano, sono positivi. L'orticoltura urbana è diventata motivo di aggregazione, luogo per organizzare serate o cene con i prodotti raccolti e al contempo area verde aperta al pubblico dove potersi riposare o leggere un libro. L'identikit del city grower newyorkese (sondaggio del settembre 2012) è un giovane istruito e idealista che risiede nei quartieri di Red Hook, Green Point o Long Island.

Anna Carla Cunego
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