11 agosto 2020

Economia

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16.06.2020 Tags: Economia veronese

Camionisti e Covid
«Senza di noi
Italia in ginocchio»

Solo i camionisti, durante il lockdown, hanno continuato a viaggiare, portando merci indispensabili come alimentari e farmaci. Ossigeno nelle arterie autostradali di un Paese immobile. Autoisolati in cabina, in quarantena eppure in movimento, disconnessi dalle loro famiglie se non attraverso lo schermo del cellulare, senza trattorie né bar dove fermarsi, hanno provato prima di tutti la solitudine come parte del lavoro. E ancora di più oggi, che gli spostamenti sono consentiti, coprono distanze tra le regioni e le nazioni, eppure mantengono il distanziamento sociale. «Quando arriviamo in una ditta», è il mantra che ripetono tutti gli autisti con cui abbiamo parlato, «non scendiamo nemmeno dal camion. E se lo facciamo, mascherina e guanti addosso, non scambiamo parola con nessuno». E ci sono stati posti dove hanno impedito loro di usare persino i bagni.

 

Eppure anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha sottolineato l’impegno degli autotrasportatori, mettendoli insieme a medici, infermieri e operatori sociosanitari, militari, forze dell’ordine e dipendenti di supermercati e delle farmacie. Ma se n’è parlato poco. Anche di chi si è arrangiato e ha sopperito alle mancanze dello Stato. Come Fasoli Trasporti, in via Gardesane, al confine tra Verona e Bussolengo. Azienda storica, nata nel 1952. Specializzati in carichi eccezionali, trasportano loro la Stella in Bra e spostano le scenografie della stagione lirica. «Ci siamo fermati per un certo periodo, perché lavoriamo anche per l’edilizia e i grandi cantieri, dov’era tutto fermo», spiega Antonio Fasoli, titolare della ditta con il fratello Claudio. «Come cassa integrazione abbiamo fatto un paio di settimane. Adesso aspettiamo l’aiuto dello Stato perché la cassa integrazione l’abbiamo anticipata noi: come facevo a mandare a casa i dipendenti senza dare loro un euro?».

 

E ora, com’è la ripartenza? «Alla grande. E abbiamo cominciato ad assumere personale». E sulle strade? «Il traffico sta tornando a una specie di normalità. Prima in giro non c’era nessuno e i nostri camionisti dovevano portarsi dietro tutto, da mangiare e da bere, perché bar, ristoranti e autogrill erano tutti chiusi». In più è montata anche la polemica sui camionisti che diffondevano il virus… «Ma se gli autisti mi raccontano che nelle aziende non puoi più neanche scendere a bere un caffè! Il contatto umano non c’è, ed è una cosa giusta. Paura? Sì, del Covid, non della crisi. Era peggio nel 2012: l’abbiamo passata male anche noi, quell’annata. Non pagava più nessuno. Allora sapevi che non c’era niente davanti a te; adesso sappiamo che il lavoro, tutto sommato, c’è. Abbiamo diverse commissioni, da qui alla fine dell’anno».

 

Risente della crisi anche un’altra storica ditta, Meneghello Trasporti, di base tra Zai e Quadrante Europa. «Siamo nati negli anni ’30 e abbiamo una ventina di dipendenti», spiega Stefano Meneghello. «Siamo abituati ad adattarci a tutto, ma quando, durante il lockdown Milano era chiusa tranne ospedali e supermercati, è stata davvero dura. Il nostro traffico si basa sulla Lombardia e sulla zona del Milanese. Adesso si è quasi tornati alla normalità, specie come traffico, ma come lavoro non siamo ai livelli del 2019. Manca liquidità: anche se le attività riaprono, non ci sono i soldi. Così la gente non acquista, le merci non viaggiano e noi giriamo a vuoto. Doveva intervenire lo Stato, a inizio pandemia, dando soldi alle imprese per le spese vive e per pagare i dipendenti; e invece… Ma se noi autisti avessimo voluto piantare i pugni, avremmo messo in ginocchio l’Italia: chissà cosa sarebbe successo se ci fossimo fermati noi! Ma siamo andati avanti. Abbiamo ‘sta testa qua: lavoriamo sempre». 

 

Conftrasporto-Confcommercio parla di 900 milioni di chilometri in meno per il lockdown; 1,8 miliardi di fatturato persi e una denatalità (delle imprese) che supera il 30 per cento, secondo i dati di marzo e aprile, elaborati dall’Ufficio studi su indagine periodica Format Research.

 

LE TESTIMONIANZE. Hanno visto le autostrade vuote e si sono ritrovati a girare da soli, come in un film post-apocalittico. Poi il traffico delle auto è tornato, lentamente, ma quei mesi sulle strade deserte restano nella mente. E i pochi rapporti umani sono scomparsi: nessuno si avvicina più per paura del virus. Si resta sul camion, quasi sempre. «Non potevi accedere ai servizi delle aziende e non ti facevano neanche entrare», racconta William Dapiran, 51 anni, camionista da più di venti, impegnato in politica e appassionato di Elvis Presley. «Controlli e restrizioni sono ferrei, soprattutto nelle aziende alimentari, l’unico trasporto che non ha avuto calo durante il periodo di lockdown. Con le fabbriche chiuse a Milano, ci siamo ritrovati a fare viaggi a vuoto. E fuori dall’autostrada non c’era niente: né bar né trattorie aperte. L’autostrada era vuota, solo camion su camion. Alla barriera di Milano, di solito, si perdevano un’ora-45 minuti almeno. E invece andavi via liscio. La Lombardia chiusa è stato un vero disastro. Viaggiavamo bene, ma stavamo male: sembrava l’agosto di 20 anni fa, quando tutti andavano in ferie nello stesso momento».

 

E i colleghi cosa dicevano? «Non sapevamo quando sarebbe riaperto tutto. E come avrebbe riaperto. In un mese e mezzo hanno girato praticamente solo quelli del settore alimentare». E del farmaceutico. Come Luigi A., 45 anni, camionista da vent’anni, sempre in giro tra Lombardia e Veneto durante il lockdown: «Trasporto materiale farmaceutico e non c’è stata tregua. Ma lavorare è stato durissimo: anche gli autogrill ci respingevano. Tutto è iniziato a gennaio. Di solito facevamo le ferie, e invece siamo partiti a manetta. Inspiegabile. Poi il nostro titolare ci ha convocato tutti in sede, ci ha dato mascherine, guanti e Amuchina, facendoci un discorso sulla sicurezza e su certe norme che dovevamo rispettare. Lì ci siamo accorti che stava arrivando qualcosa di grosso, altro che una semplice influenza! Chi doveva sapere, sapeva già a gennaio. In giro a bar e ristoranti ero in apprensione ma vedevo che nessuno era preoccupato. Non capivo, perché io giravo con la mascherina. Poi abbiamo visto chiudere bar, autogrill, ristoranti e tutto quello che ruotava intorno ai servizi dei trasporti». E adesso? «Adesso giro sempre con la mascherina e non comprendo cosa ci sia da lamentarsi. La quarantena, poi... Dentro i camion siamo sempre da soli. Con le nuove normative, inoltre, non si puoi stare in due su un mezzo pesante. A meno che uno non abbia la tessera per il cronotachigrafo». E il virus? «Io non penso sia scomparso, anzi! Dovremo conviverci per un bel po’. Parlo con medici e chimici, e loro mi dicono che non c’è altro modo, per stare lontani dal Covid: evitare il contatto con le persone».

Giulio Brusati
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