08 luglio 2020

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10.05.2020

SPESSO MONTALE HO INCONTRATO

Eugenio Montale (1896-1981), premio Nobel per la poesia La copertina della raccolta Il poeta ligure con lo scrittore argentino Jorge Luis Borges
Eugenio Montale (1896-1981), premio Nobel per la poesia La copertina della raccolta Il poeta ligure con lo scrittore argentino Jorge Luis Borges

Tra i protagonisti della poesia italiana del Novecento, Eugenio Montale «è sicuramente quello che ha esercitato l’influsso più profondo e durevole sugli autori delle generazioni successive, un influsso - è il commento di Giovanni Raboni - non tanto di carattere formale quanto di contenuti, di sostanza, di visione e sentimento della realtà». E proprio questo sentimento di «totale disarmonia con la realtà» è all’origine della poesia di Montale, traducibile anche in una nuova intensità derivante da una continua ricerca «ininterrotta» nelle cose e nelle parole di un legame indissolubile con la condizione umana, identificata con «il male di vivere». Che traspare dalla poesia più iconica, «Spesso il male di vivere ho incontrato», che ci offre una fotografia nitida di quell’«emozione intima» che Montale esprime attraverso l’essenzialità degli oggetti e di un linguaggio «fortemente ancorato al presente». Proprio attraverso il linguaggio, che per Montale rappresenta il punto di equilibrio tra la letteratura e il quotidiano, il poeta genovese gioca a mostrarsi e contemporaneamente a nascondersi. Una «tattica» sfoggiata anche nel corso delle numerose interviste rilasciate, che rivelano un autoritratto «apparentemente involontario» e per certi versi controverso di un uomo estremamente riservato, signorilmente schivo, che non sopportava le interviste, ma ne rilasciava a quantità industriale. Come testimonia la monumentale opera curata da Francesca Castellano, ricercatrice di letteratura italiana e studiosa montaliana, che attraverso un lavoro meticoloso ha raccolto le 272 interviste, ripescandole da quotidiani, periodici e libri italiani e stranieri, e riordinandole in un arco cronologico di mezzo secolo, dagli anni Trenta alla morte del poeta (1981). Ne sono scaturiti due prestigiosi volumi di ben 1.200 pagine: «Interviste a Eugenio Montale (1931-1981)», pubblicati dalla Società editrice Fiorentina. Un’opera unitaria che rappresenta un autentico scrigno contenente anche preziosi cimeli di letteratura e di giornalismo italiano. Perché le interviste rilasciate da Montale sono pietre miliari di quel genere, ai poeti e agli scrittori, che ha segnato la storia del giornalismo del ’900. Il riferimento è al debutto, nel 1901, della «terza pagina» e «allo spazio crescente che il dialogo tra giornalisti e letterati ha conquistato sulle pagine dei giornali nel corso del Novecento». Ne sono esempi i ritratti d’autore, che nell’opera della Castellano occupano «uno spazio di speciale rilievo», realizzati da un parterre de rois di intervistatori, tra i quali spiccano: Enzo Biagi, Giorgio Bocca, Natalia Aspesi, Manlio Cancogni, Alberto Cavallari, Guido Vergani, Domenico Porzio, Claudio Marabini, Grazia Livi, Camilla Cederna e il vicentino Goffredo Parise. Questi «racconti di sé affidati ad altri», oltre a costituire una nuova formula di scrittura sempre più tendente alla ritualità», spiega Castellano, «restituiscono ai lettori un’immagine viva del personaggio». Esemplificativa l’immagine del «libro carsico» all’interno del quale «ritroviamo insieme una vita grigia, corretta, pulita, fatta di decenza e di discrezione», come scrive Alberto Cavallari nel 1957 sul Corriere. Flash «scabri ed essenziali», imprescindibili per comprendere l’opera di Montale, che evitò di elevare la propria immagine di poeta, preferendo sminuirla, definendosi semplicemente «un inetto alla vita pratica». «Ho vissuto il mio tempo con il minimum di vigliaccheria che era consentito alle mie deboli forze, ma c’è chi ha fatto di più, molto di più, anche se non ha pubblicato libri» (Rassegna d'Italia, gennaio 1946), è uno dei suoi frequenti bilanci dal tono affabile e modesto. Come in occasione dell’assegnazione del premio Nobel nel 1975: «Per me non cambierà nulla. Sarò più felice, perché felice non sono mai stato. Anzi, per meglio dire sarò meno infelice». Uno spirito antesignano rispetto ad un «futuro inquietante» e «problematicamente terrificante», da lui individuato. «Fra qualche anno l’Italia sarà piena di disoccupati intellettuali, forniti di titoli di studio che non varranno più nulla... Nessuno si rassegna più alla propria condizione, l’autorità religiosa e del pater familias diminuisce ogni giorno, la filosofia è morta, siamo guidati da gente mediocre, la società ha bisogno di uomini di modesta levatura che sappiano fare un mestiere e basta...» (Giovanni Grazzini, Corriere della Sera, 30 gennaio 1973). • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Dario Pregnolato
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