04 agosto 2020

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11.06.2020

SIAMO CARNE DA CONTAGIO

Analisi di laboratorio per un test genetico
Analisi di laboratorio per un test genetico

«Quando avete finito di preoccuparvi di questa epidemia, preoccupatevi della prossima», ha esortato a maggio in uno dei suoi pezzi per il New York Times in modo chiaro e diretto David Quammen, di cui ora arrivano in libreria due titoli e fanno notizia. La sua infatti non è una visione pessimista o disfattista, visto che è l’autore di «Spillover» (Adelphi, pp. 610, 29 euro) e sa quel che dice se, con quel suo saggio tornato inevitabilmente al centro dell’attenzione nei mesi scorsi, metteva in guardia sin dal 2013 dall’arrivo di una pandemia che sarebbe probabilmente venuta «fuori dalla foresta pluviale o da un mercato cittadino della Cina meridionale», argomentando in modo articolato che tali virus sono l’inevitabile risposta della natura all’assalto dell’uomo agli ecosistemi e all’ambiente. Sono quindi da leggere «L’albero intricato» (Adelphi, pp. 536, 26 euro) e «Alla ricerca del predatore Alfa» (Adelphi, pp. 602, 14 euro), due veri e propri saggi ma dalla scrittura e esposizione chiara, quasi affabulatoria e per molti versi coinvolgente, visto che racconta spesso anche la storia di una scoperta e di chi l’ha fatta. Il primo è la traduzione della sua ultima opera, del 2018, sull’intricato albero della vita, che fa il punto su quel che sappiamo dell’evoluzione, di Dna e genomi, delle interrelazioni e i collegamenti filogenetici tra le varie specie e forme di vita di ogni tipo, dalle più evolute alle più elementari, a quasi due secoli dalle intuizioni che cominciarono a germogliare nella testa di Darwin nel 1837, mentre, specie in America, trovano nuovi seguaci le sette creazioniste e persino i terrapiattisti. Il secondo è la ristampa dopo quindici anni di un libro di Quammen, uscito in Italia nel 2005, sulla ferinità di uomini e animali, sulla indifferenza della natura e la catena alimentare. David Quammen (Cincinnati, 24 febbraio 1948) è uno scrittore e apprezzato divulgatore scientifico statunitense che per quindici anni ha curato una rubrica intitolata «Natural Acts» per la rivista Outside. I suoi articoli, che gli hanno valso numerosi premi, sono anche apparsi su National Geographic, Harper’s, Rolling Stone, New York Times Book Review e altri periodici. «L’albero intricato» è una storia della genetica moderna, per cui ci riguarda molto da vicino, è affascinante, è un susseguirsi di ipotesi e verifiche e smentite e scoperte improvvise o intuizioni geniali, oltre che di ricerca e esperimenti in laboratorio e in questa ricostruzione ha al centro un momento di svolta particolare con anche una data, il 1928, dovuto a un ricercatore inglese, Fred Griffith, che riconobbe per la prima volta come possibile il trasferimento genetico orizzontale, senza nemmeno rendersi ancora conto di ciò che questo avrebbe implicato. È allora che l’albero della vita disegnato da Darwin col suo trasferimento di geni in linea verticale, di discendenza, si è dimostrato assai più ingarbugliato e complesso della stilizzazione appunto di un albero. La scoperta che i geni si spostano anche in senso orizzontale, lateralmente, potendo attraversare così i confini di specie o passare da un regno naturale a un altro, che è poi quello che è accaduto col molti virus e con lo stesso Covid. Accanto, o meglio assieme a questo discorso se ne sviluppa un altro che non può non farci pensare, sul concetto di specie e di individuo come li intendiamo tradizionalmente. Noi siamo un mosaico di forme di vita, «siamo una specie animale, legata in modo indissolubile alle altre, nelle nostre origini, nella nostra evoluzione, in salute e in malattia». L’otto per cento di un genoma umano consiste infatti di residui di retrovirus che hanno invaso il Dna dei nostri antenati, «l’equivalente genetico di una trasfusione di sangue», e tra i donatori ci sono organismi primordiali che dominavano la vita miliardi di anni fa e ora «abitano» in ciascuno di noi. «Alla ricerca del predatore Alfa» parla del contesto in cui si è evoluto l’Homo sapiens ed è sorto il nostro senso di identità in un ambiente popolato di terribili belve carnivore. Tutte le volte che un feroce carnivoro usciva da una selva o da un fiume per cibarsi rendeva evidente una realtà che si cercava di dimenticare ma non si poteva eludere, rinnovando trauma e orrore: una delle prime forme dell’autoconsapevolezza umana, sottolinea Quammen, fu proprio la percezione di essere pura e semplice carne. •

Paolo Petroni
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