24 settembre 2020

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20.01.2010

Scrivere ancora della Shoah. Altre parole per l'indicibile

L'entrata del campo di concentramento di Auschwitz
L'entrata del campo di concentramento di Auschwitz

Il 27 gennaio 1945 quattro soldati russi a cavallo si trovarono davanti al campo di sterminio di Auschwitz. Erano i primi a vedere da vicino il luogo dello sterminio. Dietro di loro la schiera dei liberatori che avanzava sulle tracce del sanguinoso dominio hitleriano. Due scheletri rivestiti di stracci, ma ancora in grado di muoversi, erano fermi accanto alla fossa comune traboccante di cadaveri, a cui con le loro esigue forze i due prigionieri avevano appena aggiunto un fagotto leggero, striminzito, nei panni sudici che avvolgevano le membra stecchite. Primo Levi ci presenta questa scena all'inizio de [FIRMA]La tregua, il libro della liberazione dai Lager, ma anche il libro della riflessione su quanto era accaduto, sulla orrenda fisionomia di una strage che pareva il volto stesso del Male. Quali pensieri passavano nella mente dei due prigionieri? Forse i pensieri che ancora oggi suggerisce a noi posteri questa immane tragedia? L'umanità non ha smesso da allora di interrogarsi e dolorosamente abbiamo verificato la verità di quanto scrive ancora Primo Levi: «I segni dell'offesa sarebbero rimasti in noi per sempre poiché nessuno mai ha potuto meglio di noi cogliere la natura insanabile dell'offesa, che dilaga come un contagio. È stolto pensare che la giustizia umana la estingua. Essa è un'inesauribile fonte di male, spezza il corpo e l'anima dei sommersi, pullula in mille modi, contro la stessa volontà di tutti».
STUPORE Le tracce di questa riflessione portano ancora i segni dello stupore, della colpa che l'umanità tutta sente pesare su se stessa: è come se le ombre dei sommersi non fossero mai scomparse nelle fosse comuni, mai uscite come fumo dal camino dei forni. Eppure il tempo ha cambiato più di qualcosa. Lo possiamo vedere anche in questa serie di pubblicazioni dell'editore Neri Pozza che hanno legami strettissimi con il tema dell'olocausto. In primo luogo le narrazioni che dello stermino ci fanno conoscere l'aspetto individuale, i riflessi sulla disperante banalità della sopravvivenza. Sono soprattutto romanzi, quasi sempre basati su storie vere che gli autori reinventano per ricavarne un senso più ampio tra storia e finzione. Jenna Blum in Quelli che ci salvarono ci fa esplorare il versante oscuro dei legami tra vittime e carnefice. Anna, costretta a divenire l'amante di un Obersturmführer, per salvarsi e salvare la sua bambina, finisce per provare una strana gratitudine per il nemico violentatore che tuttavia le permette di sopravvivere: uno straordinario ritratto di donna, la cui umanità non si irrigidisce mai in una astratta perfezione.
Ancora l'apparire improvviso di pulsioni e desideri inaspettati, tra cui emergono la gratitudine, ma anche l'ostilità o l'odio nei rapporti tra salvato e salvatore, è il filo conduttore della raccolta di racconti di Lara Vapnyar, Ci sono degli ebrei nella mia casa. Mentre Geraldine Brooks (I custodi del libro) ci fa invece intravedere una speranza di redenzione, ripercorrendo le vicende di un libro antico e prezioso, l'Haggadah di Sarajevo, un libro salvato da tanti uomini di buona volontà e di fedi diverse, nelle più rischiose situazioni. Minka Pradelski, nata a Francoforte da una famiglia ebrea, che ha lavorato sugli effetti dei traumi subiti dagli ebrei sopravvissuti all'epoca nazista, deportata e sopravvissuta lei stessa allo sterminio, riporta alla luce una pagina di felicità perduta, la vita quotidiana di un villaggio polacco dove la chiesa e la sinagoga si fronteggiavano sulla via principale, nel suo L'eredità di Bella Kugelmann con toni di straziante umorismo che non risparmia nulla e nessuno.
ODISSEA Daniel Mendelsonh in Gli scomparsi racconta l'odissea di un nipote che vuole ricostruire la storia del fratello maggiore del nonno, ucciso dai nazisti con tutta la sua famiglia, fino al ritorno al paese natale, dove il viaggio, che è anche viaggio nella memoria, si conclude nella constatazione sconsolante dell'assenza di qualsiasi testimone della strage.
A Hannah Arendt, filosofa tedesca di origine ebraica, dobbiamo uno dei libri più intelligenti e inquietanti sulla Shoah, La banalità del male, in cui rievoca il processo che portò alla condanna di Eichmann. Ma la sua riflessione si estende molto oltre nel tempo, a quei Quaderni e Diari, 1950-1973, per la prima volta pubblicati in italiano prorpio da Neri Pozza, in cui annota pensieri che ci permettono di entrare nella sua officina filosofica e soprattutto torna a riflettere sul destino del popolo ebraico, il che per lei fa tutt'uno con la sua inquieta meditazione religiosa: «Da quando avevo sette anni ho sempre riflettuto su Dio. Ho desiderato spesso di non dover più vivere, ma non mi sono mai interrogata sul senso della vita».
Un problema che ritorna per gli storici dopo la Shoah, è quello dello Stato di Israele, voluto dagli ebrei, ma sorto in un luogo dove c'erano già gli arabi. Il libro di Avraham Burg, Sconfiggere Hitler. Per un nuovo universalismo e umanesimo ebraico, che ha suscitato molte polemiche, sostiene che «il sogno sionista è fallito». L'identità dello Stato di Israele si sarebbe stabilita quasi solo in rapporto alla Shoah, mentre è venuto il tempo di abbandonare la mentalità del ghetto accerchiato e di resuscitare la figura universalistica dell'ebreo della diaspora. Burg, il cui testo è stato pubblicato in Israele nel 2007, condanna l'uso della forza militare, si oppone agli estremismi religiosi e auspica un possibile ritorno ai valori umanistici e universalistici dell'ebraismo. Sulle orme di Arendt, fa una dura requisitoria alla politica militarista e xenofoba e propone una diversa visione che permetta «ai cuori e agli spiriti di aprirsi di nuovo».

Paola Azzolini
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