08 luglio 2020

Cultura

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11.05.2020

PANDEMIE PARALLELE

La «mascherina» usata dai medici veneziani nelle epidemie di pesteNel sepolcreto dell’Ospedale Maggiore di Milano ci sono i resti di 500mila persone, compresi quelli degli appestati del 1630
La «mascherina» usata dai medici veneziani nelle epidemie di pesteNel sepolcreto dell’Ospedale Maggiore di Milano ci sono i resti di 500mila persone, compresi quelli degli appestati del 1630

Se una cosa ci ricorda questa pandemia è che la natura è sempre più forte, più resistente dell’uomo. Non per nulla molti scrittori (e poi drammaturghi, registi di film e artisti diversi) da sempre hanno raccontato e creato storie esemplari, tra cronaca e metafora, su pestilenze, epidemie e altri cataclismi che cancellano o quasi il genere umano dalla terra. Allora questi romanzi, queste cronache di «day after», queste supposizioni di arrivo al limite e di salvezza in extremis, con cui viviamo una qualche consonanza, possono essere qualcosa che ci aiuta a capire e riflettere su quel che ci sta accadendo in questo inizio 2020, magari a metabolizzarlo in qualche modo, così da ripartire, come si dice ora, sapendo almeno un poco di più chi siamo. Due cronache della peste possono essere allora interessanti, anche se distanti l’una dall’altra più di duemila anni, quella di Atene del 430 a.C. di cui ci riferisce lo storico Tucidide nel suo «La guerra del Peloponneso» e quella di Londra del 1665 di cui scrive Daniel Defoe, l’autore di Robinson Crusoe, legata alla lontana a quella di Milano del 1630 di cui parla Manzoni nei «Promessi sposi» e alle tante altre che infestarono l’Europa in quel XVII secolo. Ad Atene il male esplode durante l’invasione e l’assedio dei peloponnesiaci e la situazione si fa subito grave con caratteri che sono evidentemente sempre gli stessi: «I medici non riuscivano a fronteggiare questo morbo ignoto, ma, anzi, morivano più degli altri, in quanto più degli altri si avvicinavano ai malati, nè alcuna tecnica umana veniva loro in soccorso. Per quanto si formulassero suppliche nei templi o si ricorresse agli oracoli e a cose del genere, tutto si rivelò inutile». E lo storico, per consentire subito di riconoscerla nel caso dovesse tornare, ne descrive i sintomi: «All’improvviso le persone venivano prese da vampate di calore alla testa, arrossamento e bruciore agli occhi. La gola e la lingua assumevano un colore sanguigno ed emettevano un odore sgradevole. Dopo questi sintomi sopraggiungevano starnuti e raucedine, e dopo non molto tempo il male scendeva al petto con una forte tosse; e quando raggiungeva lo stomaco provocava spasmi, svuotamenti di bile e forti dolori». Fu una vera ecatombe con la gente sempre più scoraggiata e impotente, tanto che «anche il compianto sui morenti alla fine era trascurato, per stanchezza, persino dai familiari, sopraffatti dall’immensità della sciagura. E molti usarono modi di sepoltura indecenti». La stessa peste di Atene venne ricordata anche quattro secoli dopo da Lucrezio nel «De rerum natura» ma con un taglio diverso dalla cronaca e come spunto di riflessione. Defoe, al tempo della peste di Londra, aveva due anni e non era in città; scrive così il suo «Diario dell’anno della peste» sessanta anni dopo ma con una vivacità, una documentazione e una scrittura che sembrano in presa diretta: «Vorrei poter restituire il suono esatto dei lamenti e delle invocazioni che ho udito da alcuni poveri moribondi... in maniera così efficace da suscitare emozione nell’animo del lettore». Si parla del libro, infatti, anche come di un romanzo storico noir che ha la forma del diario quotidiano che l’autore dice scritto in prima persona da un sellaio indicato, a fine volume, solo con le iniziali H.F. Così, da gran scrittore realista, Defoe ci immerge nell’orrore quotidiano tra gente impazzita, persone che corrono nude per strada, accanto ad altri che ne approfittano per saccheggiare o darsi a vizi sfrenati e raccapriccianti, mentre i carri carichi di morti precipitano nelle fosse comuni i cadaveri assieme a alcuni ancora vivi: «Questo modo di seppellire era l’unico possibile, dato il numero prodigioso di defunti che non permetteva di provvedere delle bare». C’è chi fa incetta di provviste, chi fugge in campagna dove ben presto arriva anche la peste in un susseguirsi di descrizioni da vero narratore, raccontando casi e casi individuali con anche dialoghi, sempre dando per scontato che «nulla può succedere senza l’ordine o il permesso del Signore» di cui il morbo è un preciso castigo, col «contagio che avveniva a mezzo di vapori o fumi che attaccavano i sani che s’avvicinavano ai malati. Questo lo dico contro l’opinione di quanti sostenevano che fosse a mezzo di insetti e altre invisibili creature che, volando, si introducevano nel corpo delle persone col respiro». Più strumentale a un discorso diverso, e quindi poco chiara e imprecisa, è la peste del 1348 cui allude Boccaccio quale origine del suo «Decamerone»: «Pervenne la mortifera pestilenza, la quale o per operazion dè corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti orientali era incominciata». Lo steso vale per la peste nella Milano dei «Promessi sposi» che Manzoni racconta più nei risvolti sociali che affrontando la malattia in sè. Ma per chi di questi tempi incuriosito volesse approfondire, al di là delle testimonianze letterarie, rimandiamo alla «Storia delle epidemie» del virologo brasiliano Stefan Cunha Ujvari (Odoya, pp. 350, 20 euro), appena arrivata in libreria. •

Paolo Petroni
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