26 settembre 2020

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06.10.2010

Ritratti tra la gente che non è solo quella degli «schei»

Stefano Lorenzetto
Stefano Lorenzetto

Un libro scritto con il cuore da un cronista che racconta la sua gente, i veneti, senza pregiudizi, moralismi o luoghi comuni. I vizi e le virtù vengono messi a nudo da lunghe interviste a personaggi contemporanei. Protagonisti dell'arte, della politica, del lavoro. Ma anche della cronaca nera e del marciapiede. Racconti di vita, a volte confessioni, che dicono di un Veneto operoso e tenace, ma forse incapace di far comprendere appieno il suo cuore. Cuor di veneto è il titolo dell'ultimo libro di Stefano Lorenzetto, giornalista veronese, edito da Marsilio. Un libro divertente, ironico, pungente. Un libro contro una certa immagine ormai di maniera: il Veneto dei palancai, dei razzisti, dei violenti. Stereotipi che i media hanno regalato a questa regione. Lorenzetto racconta un'altra realtà. Quella di uomini senza studi e senza mezzi, che si sono inventati, con tenacia e fatica, un lavoro, e sono diventati capitani d'industria, conosciuti in tutto il mondo. Quella di una regione sospettosa verso gli stranieri, ma che ha, dopo la Lombardia, il più alto numero di immigrati. Quella che, prima ancora degli «schei», considera il lavoro la sua vera religione. «Sono veneto. Il lavoro innanzitutto» è il motto di un intervistato. «La parte peggiore del lavoro è ciò che ti capita quando smetti di lavorare», dichiara un altro. «Il lavoro non è nemmeno un dovere per i veneti», sostiene l'autore, «è il senso stesso del vivere. Ed è attraverso il lavoro che si misurano con la realtà».
Il libro racconta anche i lati oscuri: casi giudiziari, morti sospette, personaggi che vivono ai margini, per scelta o per forza. Ritratti intensi e leggeri, drammatici e ironici. Un mondo variegato che mette a nudo i propri sentimenti. «Anatomia di un popolo che fu nazione», recita il sottotitolo del libro. Perché il Veneto fu la repubblica in assoluto più longeva. Terra di splendori e di miseria. Terra d'emigranti, di serve per i «siori», lombardi e romani. Gente per cui la solidarietà tra poveri era una sicurezza e il risparmio, anche nell'indigenza, un dovere. Ma senza illusioni. «Siamo solo di passaggio, lasceremo tutto qui, ai nostri figli, con la speranza che almeno si ricordino di noi». Un Veneto «pitocco e scalzo, che, se anche raccontato, non può essere capito dalle generazioni attuali», scrive l'autore. Un Veneto che ha perso qualcosa dell'antica nobiltà d'animo. «Lo ripeto sempre ai miei figli», dice un intervistato. «Avete tutto e non avete niente». E un altro: «Viviamo nell'epoca del cinismo assoluto. I giovani… li ammazziamo con la delusione preventiva». Sono 25 le interviste. Personaggi famosi e meno: Tinto Brass e Milo Manara, Ranieri da Mosto e Carla Corso, Fulvio Roiter e Gino Seguso, Giancarlo de Bortoli e Vittorio Selmo, Massimo Colomban e Giulio Tamassia. Dietro le parole ci sono i luoghi: le lagune, i casoni da pesca, le osterie, gli argini, le fabbriche. E quel languore che ti mette in corpo la voglia di casa, di un amico, di un bicchiere di vino.

Delia Allegretti
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