06 aprile 2020

Cultura

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11.02.2020

La scomparsa del dissenso nell’era dei «like»

La copertina del libro di Cosimi
La copertina del libro di Cosimi

Mettiamo decine di «mi piace» sui social ogni giorno, a volte senza riflettere sul significato di questo gesto veloce ma non banale. Mettere «like» ad un post, infatti, rivela alle diverse piattaforme tante informazioni che spesso sfuggono al nostro controllo. E che si traducono in soldi per le campagne pubblicitarie. Senza contare che quel mi piace può generare un duplice effetto psicologico: ricerca di approvazione ed emulazione tra gli amici. Per questo e altri motivi, l’opzione «dislike», quella che descrive il dissenso, pur richiesta da diversi utenti, forse non verrà mai adottata dai social media. A descrivere questi meccanismi e «attrezzare i lettori a diventare padroni della propria vita» è il libro «Per un pugno di like. Perché ai social network non piace il dissenso» (Città Nuova, pp. 114, 18 euro) di Simone Cosimi, giornalista ed esperto di mondo digitale, già co-autore di «Nasci, cresci e posta». «Viviamo in una dittatura dell’ottimismo che ruota fondamentalmente intorno a un principio: chi ha qualcosa di diverso da dire rispetto ad un banale pollice alzato deve faticare. Che, in termini digitali, significa che deve produrre contenuto. Tutte le piattaforme hanno dunque sposato la convenienza di un approccio tipico, rodato ed efficace che spesso viene giustificato con elementi di tecnospiritualità», scrive Simone Cosimi che ripercorre gli esempi di Facebook, Instagram, Twitter, Tik Tok, Pinterest, YouTube e Netflix, spiegando come sui «like» si fondino gran parte dei modelli di business dei social. E come l’eliminazione della visualizzazione dei mi piace, testata da diverse piattaforme, di fatto non cambi nulla ma si traduca in una mossa di marketing. «Il libro vi sottoporrà a una specie di cura del dissenso che aiuta a scoprire qualcosa in più della realtà che ci circonda, proprio nel momento in cui siamo immersi fino al collo in una cultura del consenso (del like, appunto) che di quella realtà tende a oscurare parti importanti», scrive nella prefazione Bruno Mastroianni, filosofo, giornalista e social media manager, descrivendo il testo «una specie di cassetta degli attrezzi minima, utilizzabile da tutti, per intervenire in modo efficace nella vita iperconnessa in cui siamo immersi». Tra gli «attrezzi» su cui il libro e il lettore possono contare, anche il parere di esperti che esaminano diverse implicazioni del fenomeno. Ernesto Belisario, avvocato ed esperto di diritto delle tecnologie, si occupa di quelli legali; Giovanni Boccia Artieri, professore ordinario di sociologia della comunicazione e media digitali all’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, di quelli sociali; Alberto Rossetti, psicoterapeuta e psicoanalista, di quelli psicologici. •

Titti Santamato
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