18 gennaio 2020

Cultura

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24.11.2019

Il romanzo è vivo e lo dimostra la storia del Colibrì

Se mai abbiamo pensato che davvero il romanzo potesse essere morto (lo si va dicendo da oltre un secolo), ci è poi capitato di incontrarci - magari non spessissimo - con un libro che ci ha convinti dell’inattendibilità di quella luttuosa sentenza. Ora, sul finire di questo 2019, nella narrativa italiana, un libro che certifica lo scampato pericolo mortale è senza dubbio «Il colibrì» di Sandro Veronesi (La nave di Teseo, pp. 368, 20 euro). Se dire che il romanzo è morto significa che, da inizio ’900 ad oggi, la caratteristica fondamentale del romanzo, ossia la possibilità di narrare storie dotate di spessore, compattezza, centro, non si realizza più in opere di autentica dignità letteraria e questa se mai vive in strutture disarticolate che romanzi non sono, «Il colibrì» vince proprio in quanto coniuga densità della storia con modernità della struttura senza togliere nulla all’esito di coinvolgimento, di emozioni, di arricchimento del sentire e del pensare la vita: ossia dell’insostituibile valore della letteratura narrativa che conta. Che storia narra questo romanzo? La storia di un uomo (Marco Carrera, chiamato fin da bambino «il colibrì», un nome che assumerà simbolismi diversi sulle labbra di chi lo userà, la madre o la donna amata) e, insieme, di una famiglia seguita attraverso quattro generazioni, su uno sfondo italiano che occupa la seconda metà del ’900 estendendosi poi fino ad oggi ed ha tre centri: la Firenze dell’infanzia e adolescenza del protagonista, la casa delle vacanze in Versilia, la Roma della vita adulta del colibrì divenuto medico oftalmologo. Una vita di equivoci e sorprese amare, di amori inespressi e vissuti come ferite mai rimarginate nel passare del tempo, di lutti immedicabili, tanto da far pensare ad una specie di Giobbe laico. Però un punto di resistenza al di là di tante frane il colibrì lo può rivendicare: è la capacità di resistere, di intravedere nel tempo che verrà – il tempo che pure abbiamo detto non rimargina le ferite – il disegno di una possibile salvezza. Quella che, in un finale che si spinge di un abbondante decennio oltre questo nostro presente, è affidato a una nipotina del colibrì, incredibilmente bella a partire dal suo viso, dai suoi occhi, dai suoi capelli: già archetipo di un’umanità nuova. Se questa è la storia, in che cosa il romanzo è modernamente originale? Nel geniale montaggio di parti che, apparentemente sgranate, rivelano, girata l’ultima pagina, un’architettura compatta e convincente sempre, sia nelle parti in cui tu lettore ti senti immerso con una totale adesione di sentimento e di pensiero, sia anche in quelle in cui ti pare di muoverti sull’onda di idee meno condivise. E’ uno straordinario esito di compattezza ottenuto da una struttura che allinea poco meno di una cinquantina di capitoli (frammenti?) inanellati secondo date che spezzano la linearità del tempo, a zig-zag: sono narrazioni in terza persona, dialoghi serrati che lasciano attendere qualche deflagrante rivelazione, lettere scritte da mani diverse, flussi di coscienza, echi di suggestioni provenienti da letture, musiche, colori, odori di luoghi. E, in fondo, perché tutto funziona così bene? Perché la scrittura di Veronesi qui conosce un vero stato di grazia: per gustarne il culmine, leggete, o rileggete dopo la prima lettura, i capitoli «Shakul & Co.» e «Via crucis». •

Giulio Galetto
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