01 giugno 2020

Cultura

Chiudi

25.04.2019

LA SCOPERTA DI GAUGAMELA

Nelle vallate montuose  circostanti secondo   Morando Bonacossi   sono stati rinvenuti monumenti rupestri che ricordano Alessandro Magno Il progetto “ Land of Nineveh” guidato dal vicentino conta su oltre 25 specialisti: archeologici, topografi Daniele Morandi Bonacossi lavora nel Kurdistan iracheno dal 2012
Nelle vallate montuose circostanti secondo Morando Bonacossi sono stati rinvenuti monumenti rupestri che ricordano Alessandro Magno Il progetto “ Land of Nineveh” guidato dal vicentino conta su oltre 25 specialisti: archeologici, topografi Daniele Morandi Bonacossi lavora nel Kurdistan iracheno dal 2012

Il Kurdistan iracheno fu un luogo cruciale per la storia del nord dell’antica Mesopotamia. Per decenni inesplorato a causa della complessa situazione politica, fra le sue pianure brulle ha nascosto le tracce di epici incontri e scontri fra Oriente ed Occidente come quello fra Alessandro Magno e l’esercito persiano di Dario III vicino a Gaugamela nel 331 a.C. Una battaglia decisiva per la storia perchè, anche se in pesante inferiorità numerica, Alessandro e il suo esercito ne uscirono vittoriosi portando così alla caduta dell’impero achemenide e all’inizio di una nuova era: l’Ellenismo. Le tracce del passaggio del condottiero macedone in quei luoghi sono state rinvenute dalla missione archeologica dell’Università di Udine, guidata dal professor Daniele Morandi Bonacossi, 56 anni, dal 2012 nel Kurdistan iracheno con il progetto «Land of Nineveh». La spedizione, sostenuta da ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, Agenzia italiana per la cooperazione, ministero dell’Istruzione, università e Ricerca, Regione Friuli Venezia Giulia, Fondazione Friuli ha portato gli archeologi ad una scoperta straordinaria: l’identificazione del sito di Gaugamela con l’attuale Gomel. Professor Bonacossi, le fonti non concordavano sul luogo della battaglia, quali evidenze scientifiche sono emerse per individuarlo? Lo studio filologico del toponimo del sito che scaviamo oggi, Gomel, derivante per corruzione dal nome di epoca medievale (IX sec. d.C.) Gogemal, che a sua volta è una storpiatura del nome greco di Gaugamela. La dizione greca deriva dal nome del sito di epoca assira Gammagara/Gamgamara, che troviamo in un’iscrizione cuneiforme celebrativa dell’epoca del re assiro Sennacherib (704-681 a.C.). A ulteriore conferma, le nostre ricerche archeologiche hanno dimostrato che il sito di Gomel era solo un piccolissimo villaggio rurale poco prima dell’arrivo di Alessandro in Oriente, ma fu rifondato proprio alla fine del IV secolo, contemporaneamente alla battaglia e da quel momento si sviluppò. Avete ritrovato monumenti? Nelle vallate montuose circostanti, abbiamo trovato tre monumenti rupestri con rilievi che potrebbero essere riconducibili alla presenza di Alessandro Magno. Due di questi potrebbero rappresentare proprio il condottiero a cavallo ed essere considerati monumenti celebrativi della vittoria di Gaugamela. Un rilievo si trova in una valletta della montagna che domina il sito di Gomel, forse la montagna che, secondo le fonti, dopo la battaglia fu ribattezzata Monte Nikatorion, «il monte della vittoria», mentre il secondo rilievo è ubicato a 20 chilometri di distanza dalla piana che abbiamo individuato come il campo di battaglia, in un sito dove già i re assiri avevano scolpito i loro volti. Che cosa ha provato quando ha capito di aver individuato il sito della battaglia? L’emozione di aver compreso che avevamo individuato il luogo in cui Alessandro Magno era passato per trionfare su Dario III è arrivata diluita nel tempo in quanto dal 2012 la mia spedizione archeologica, che coinvolge ogni anno circa 25 specialisti fra archeologi, topografi, restauratori, archeobotanici, palinologi, esperti Gis e diversi studenti, indaga la trasformazione del territorio dal Paleolitico al periodo islamico, da un milione di anni fa ad oggi, grazie ad una concessione di ricerca che copre un’area di 3.000 chilometri quadrati, una delle più ampie mai rilasciate in Iraq, che ha consentito al team di scoprire e mappare ben 1.100 siti archeologici. Negli ultimi due mesi e mezzo ci siamo concentrati sulle tracce di Alessandro Magno. Che metodi di lavoro e ricerca avete utilizzato? La sveglia suonava prima dell’alba in quanto durante il giorno le temperature sfioravano anche i 50 gradi. Grazie alle riprese con droni, a ortofoto, allo studio della ceramica e agli scavi stratigrafici, siamo riusciti a ricostruire la storia dell’insediamento e della demografia della regione, che risulta essere una delle zone della Mesopotamia con la più alta densità di siti archeologici (0,7 per chilometro quadrato). Il lavoro di mappatura si è rivelato uno strumento importante non solo per la ricerca, ma anche per la tutela dei siti: l’inventario aggiornato di quelli scoperti viene messo a disposizione delle autorità locali, che sono così in grado di geolocalizzare tutti i siti indagati e proteggerli dai potenziali danni derivanti dall’agricoltura, dallo sviluppo urbano o da vandalismi. La sua passione per l’archeologia? Dall’età di 11 anni e poi iscrivendomi all’Università di Padova ne ho fatto un lavoro. La mia prima missione fu in Siria, circa 30 anni fa, mi inviarono in una regione remota, lontana da Damasco, in cui il paesaggio era solo una steppa sterminata interrotta da pochi villaggi di pastori senza luce, acqua e servizi. Ero nel cuore dell’antica Mesopotamia ed in mezzo ad una natura di rara bellezza. Il futuro del progetto Land of Nineveh? È importante oltre che per la valenza scientifica, anche per la cooperazione internazionale: il Kurdistan, infatti, è una regione dell’Iraq confederato che, negli ultimi 40 anni, è stata destabilizzata dalla guerra. Le missioni archeologiche che vi operano sentono come dovere morale quello di contribuire alla formazione del personale locale nel campo della ricerca archeologica, della tutela, del restauro e della valorizzazione. Proseguiremo gli scavi del monumentale sistema d’irrigazione costruito dal re assiro Sennacherib nel 700 a.C. per portare l’acqua a Ninive e irrigare la pianura: la rete di canali è lunga 250 chilometri e dotata dei primi acquedotti in pietra della storia, dighe, sbarramenti, argini, e una serie di monumentali rilievi rupestri fatti scolpire dal sovrano sulle montagne nel punto in cui veniva deviato il corso naturale dell’acqua. •

Sara Panizzon
Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento può comportare il trattamento di dati personali: per maggiori informazioni sulle modalità di trattamento e l’esercizio dei diritti consultare le nostre Informazioni sulla Privacy e l’informativa estesa sui cookie presenti in calce al sito web.

pagine 1 di 1

Necrologie