07 dicembre 2019

Cultura

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19.10.2019

LA MEGLIO GIOVENTÙ

Edoardo Vigna , giornalista e scrittore. Ha pubblicato con Neri Pozza La copertina del libro
Edoardo Vigna , giornalista e scrittore. Ha pubblicato con Neri Pozza La copertina del libro

Un inno, un manifesto alla gioventù europea. Quella scaltra, attenta, curiosa e attiva in campo culturale e non solo. È il perimetro geografico del Vecchio Continente quello scelto da Edoardo Vigna, giornalista di “ 7”, settimanale del Corriere della Sera nel libro “Europa. La meglio gioventù” (Neri Pozza editore, 174 pagine). «Non si tratta di un saggio sociologico- spiega l’autore- e non è nemmeno la valutazione ragionata di un’indagine statistica. È l’incontro aperto con una generazione». Nato come? Da alcuni reportage realizzati per “7”, il settimanale del Corriere. Ho cominciato a immergermi nella vita dei ventenni, e più giravo nelle città europee, più incontravo ragazzi che provavano a realizzare i loro sogni, a valorizzare i propri talenti nonostante vivano il tempo più complicato per le giovani generazioni dal Dopoguerra, fatto di precarietà, di lavoro inesistente, di incertezze crescenti, di assenza di protezione da parte delle generazioni precedenti, troppo preoccupate di difendere le loro posizioni incerte e insicure. Startupper a Dublino, ricercatori a Praga e Strasburgo, chef a Copenhagen. A Berlino ho visto come due ragazzi siciliani sono passati da un baracchino di street food a un ristorante votatissimo su Trip Advisor. La retorica dei bamboccioni e degli sdraiati, per me assai irritante, è fatta da chi non conosce veramente questa generazione: l’ho voluta raccontare dal vivo. Però, viviamo in un Paese in cui molti giovani non studiano e non lavorano. Quello della tutela e dell’ attenzione alle nuove generazioni è un punto cruciale per ogni società. Dopo aver viaggiato e ascoltato i ventenni di dieci città europee, da Stoccolma a Siviglia, da Berlino ad Atene, posso fare un’affermazione convinta: quando i ragazzi hanno la possibilità di passare un periodo all’estero, aprono la mente alle novità e alla conoscenza. L’esperienza del programma Erasmus è illuminante al riguardo: quasi tutti i ragazzi con i quali ho parlato lo considerano un momento fondativo per la formazione. Sarebbe importante estendere questa possibilità anche a quei giovani che non vanno all’università, a quelli che non fanno parte della cosiddetta elite. Una sorta di Erasmus di cittadinanza, da proporre dopo la fine delle scuole superiori, magari coinvolgendo le municipalità di tutta Europa. “La meglio gioventù”, il titolo ricorda il film di Tullio Marco Giordana, ma ora i giovani sono molto diversi. Che cosa li contraddistingue? Non credo nelle generalizzazioni, non funzionano mai. Sono stato colpito proprio da questa voglia diffusa che ho trovato nei ragazzi, di provare a realizzare qualcosa, nella vita, nonostante le grandi difficoltà che oggi sono un po’ ovunque. Faccio l’esempio di Dublino, una delle capitali dell’hi-tech europeo: negli incubatori di start up di ogni dimensione, come nei quartier generali delle multinazionali, arrivano a frotte ventenni che vogliono lanciare i propri progetti. E li vedi lavorare, insieme, senza sosta, fino a tardi, in squadra o da soli. Descrive giovani dinamici, attenti, motivati, sono una minoranza? Non lo sono. Ho visitato città di dimensioni diverse, capitali e non, fermando spesso i ragazzi del tutto casualmente per strada o nei loro luoghi di aggregazione, di studio, di lavoro e di divertimento. Il libro è il risultato di millecinquecento incontri, non potevo sapere a priori se quelli con cui parlavo erano una élite. La stragrande maggioranza non lo era. No, i ragazzi stanno prendendo sempre più coscienza che non possono fare affidamento sulla rete di protezione dei genitori. Devono farcela da soli. E agiscono di conseguenza. L’idea di unire una capitale con una parola come è venuta? A Berlino è “Street”, il luogo dove ho visto esprimersi la gioventù lungo le strade tra arte e food. A Siviglia è “Misura”, quella della birretta da un euro con cui i ragazzi di Erasmus socializzano. A Riga è “Indipendenza”, dove i giovani cercano un posto per non pesare sui genitori negli studi. In ogni luogo ho cercato una password, una parola chiave per entrare nello spirito della città. Generazione desiderius: bel concetto, quanto praticabile? È il primo nome latino di Erasmo da Rotterdam, l’intellettuale umanista che rappresenta il programma europeo di scambio degli studenti. In realtà mi piace anche ricordare l’etimologia della parola, desiderio viene dal latino de-sidera, la mancanza di stelle e lo slancio verso la loro ricerca. Stelle come sogni, stelle come punti di riferimento per la navigazione nella vita. E poi il desiderio contiene anche la passione per ciò che si fa, senza la quale i ragazzi, come chiunque, non vanno da alcuna parte. Quella, per fortuna, ancora non manca. La capitale più invitante, quella con più possibilità, vivace e attenta alle loro esigenze? Due, Stoccolma e Dublino. Nella capitale svedese c’è addirittura un ufficio cittadino che aiuta chi arriva dall’estero per lavoro a risolvere problemi pratici come la ricerca di una casa. In Irlanda sono le stesse istituzioni ad aver capito quanto sia importante l’energia dei giovani e quindi ad investire. Quanto è attrattiva l’Italia per i giovani europei? In realtà lo è già. A Siviglia come a Praga ho parlato con diversi europei che hanno fatto l’Erasmus in Italia. Tutti entusiasti di ciò che hanno ricevuto: la cultura, l’insegnamento nelle università, la qualità della vita, anche l’accoglienza della gente. Certo, quando si parla di lavoro, le opportunità mancano anche per gli italiani, figuriamoci per gli altri. Ci dovremo concentrare su questo e finiamola di dare dei pigri ai ragazzi, non sono loro i responsabili di come va il mondo oggi. Loro sono quelli che ci vivono. E fanno del loro meglio. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Chiara Roverotto
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