19 settembre 2020

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13.08.2020

LA MALATTIA DI PAGANINI

Il violinista Niccolò Paganini (1782-1840) in un dipinto di Kersting
Il violinista Niccolò Paganini (1782-1840) in un dipinto di Kersting

Un genio amato e invidiato. Un violista prodigioso il cui talento ha scatenato i pensieri più torbidi e le accuse più infamanti. Quando muore, nel 1840, dopo anni di malattia, Niccolò Paganini porta nella tomba il segreto del suo successo. Il più grande violinista della storia è ancora un enigma, e da qui parte il medico scrittore Davide Lazzeri a costruire un thriller ricco di scienza, musica e storia, intitolato «L’ultimo segreto di Paganini» e pubblicato da Aliberti editore nel 180esimo anniversario dalla morte del violinista. Una trama a più binari che si intersecano in un finale che capovolge tutto; una vicenda che incrocia la storia della musica e quella del ‘900, il nazismo e le sue influenze esoteriche, la musicoterapia e la neuropsicobiologia. Lazzeri, classe 1981, veronese d’adozione, è specialista in chirurgia plastica ed estetica, e da diversi anni si dedica alla malattia nell’arte. Due suoi studi hanno fatto il giro del mondo: ha scoperto che Michelangelo Buonarroti soffriva di una malattia degenerativa e che Leonardo da Vinci era afflitto da una paralisi alla mano destra. Dottor Lazzeri, perché un thriller su Paganini? L’idea originaria nasce da una mia passione: la malattia nell’arte. Guardo i quadri e individuo soggetti malati, e non solo. Mi sono messo a studiare le malattie degli artisti e dopo aver scoperto l’artrosi in Michelangelo e la paralisi della mano destra di Leonardo, sono rimasto affascinato dalla mano di Paganini, perché per i chirurghi della mano è sempre stato un punto interrogativo. Molti colleghi hanno ipotizzato – lo stesso suo medico lo immaginava – che Paganini avesse una malattia del connettivo, ovvero che avesse le articolazioni più mobili e flessibili delle altre persone, e che allo stesso modo la sua cute avesse una patologia. Non è mai stata provata, ma sarebbe stata la causa della iperflessibilitá delle articolazioni delle sue mani. Ma anche se lo negava, Paganini era uno che si allenava ore e ore al giorno, come Cristiano Ronaldo, con i pesi sul braccio e sulla spalla: una volta rimossi i pesi, durante i concerti, suonava a una velocità maggiore. A questo va unito l’orecchio assoluto e un talento naturale immenso. Da qui nasce il mito di un musicista che ha venduto l’anima al diavolo, una star con secoli di anticipo sullo stardom, un divo in grado di scatenare il delirio, giusto? Sì, era una vera rockstar, un musicista classico in tour come solista in tutta Europa, in mezzo a donne, valanghe di soldi, malaffare e problemi con la giustizia. La struttura dell’«Ultimo segreto» comprende flashback e flashforward, indietro e avanti nella trama; quasi la sceneggiatura di una serie tv. Perché? Volevo due/tre trame che si sviluppassero in maniera parallela, con una cronologia differente. A tre quarti del romanzo si uniscono per arrivare al finale a sorpresa. Ho seguito la struttura di maestri come Alex Connor, Marcello Simoni, Dan Brown e l’irraggiungibile Ken Follett. La parte musicale del romanzo è notevole: robusta, ben congegnata, con termini precisi. È il plus del suo thriller? Mi sono rifatto a testi sacri come le biografie di Edward Neill (tra i soci fondatori dell’Istituto di Studi Paganiniani) e Danilo Prefumo (nel 1996 ha creato l’Istituto Discografico Italiano) e ho voluto far capire l’effetto che Paganini aveva sul pubblico: se chiudete gli occhi, potete vederlo sul palco. Com’è posizionato l’archetto, come si muovono le sue mani e il suo corpo... E che effetto faceva Paganini? Provocava isteria nel pubblico: la gente sveniva, impazziva, nei teatri si scatenava il caos con gente che si gettava dal loggione. Esistono centri che studiano gli effetti della musica a livello cerebrale: mappano i neurotrasmettitori attivati quando si ascolta musica. Hanno scoperto che la musica ha lo stesso effetto delle funzione di sopravvivenza (cibo, sonno, fame, soldi e farmaci). Gli studiosi si stanno chiedendo: perché l’organismo risponde con un senso di piacere quando si mangia e perché succede lo stesso con la musica, che non serve alla sopravvivenza? Nel mio romanzo trova spazio anche la musicoterapia, anche se il mio scritto non è certo un trattato. La lingua della parte di Paganini ha uno stile che replica quella dell’epoca del violinista. Perché? Solo alla fine si capisce chi è il narratore. Ho voluto una voce che raccontasse il tempo di Paganini; non una cronaca, ma una narrazione più vicina al modo di parlare e di sentire del Maestro. Non m’invento nulla: negli ultimi anni, per prepararmi a scrivere «L’Ultimo segreto» ho letto oltre 200 volumi fra biografie e testi di musica, medicina e fisica. Uno dei personaggi chiave è un chirurgo di Shanghai. Esiste davvero? Certo! Gli ho solo cambiato il nome. Sono stato un anno da lui, a lavorare e a studiare a Shanghai: fa degli interventi clamorosi. Nel mio thriller c’è un po’ di autobiografia, c’è la storia vera di Paganini e ci trovate anche alcuni fatti che risalgono al 1943-45, quando un gruppo di fanatici nazisti delle SS andava alla ricerca per Himmler di melodie magiche, melodie nascoste che potevano influenzare la mente delle persone. Tutto contribuisce a creare un alone di mistero intorno al violinista più prodigioso dell’800. •

Giulio Brusati
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