29 marzo 2020

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08.01.2020

LA GUERRA FREDDA USA-CINA

Federico Rampini domani pomeriggio al Banco Bpm e poi al PasoliDonald Trump con il presidente cinese Xi Jinping
Federico Rampini domani pomeriggio al Banco Bpm e poi al PasoliDonald Trump con il presidente cinese Xi Jinping

«L’America intera, e in particolare la Silicon Valley, si era distratta al volante e non ha visto il bolide che si avvicinava nello specchietto retrovisore. Era una Ferrari con targa cinese sulla corsia di sorpasso. Ora l’America tenta di correre ai ripari, ma potrebbe essere troppo tardi. Dai responsabili politici di Washington ai top manager dei giganti digitali della West Coast, tutti hanno peccato di complacency: un misto di autocompiacimento, presunzione e convinzione della propria superiorità». L’analisi lucida del momento storico che vede il tramonto degli Usa e l’ascesa della Cina: è questo il tema del saggio di Federico Rampini La seconda guerra fredda – Lo scontro per il nuovo dominio globale (Mondadori, 2019). Un volume che attacca gli stereotipi e costringe a riflettere e che vedrà Rampini a Verona, domani giovedì 9, al Banco Bpm in via San Cosimo alle 18, nell’ambito della rassegna Incontro con l’Autore, e all’Istituto Copernico-Pasoli in via Dalla Corte 15, alle 21. Per chi non riuscisse ad essere presente, Rampini sarà a intervistato a RadioVerona dalle 17 alle 17,30. La Cina di Xi Jinping, racconta il giornalista corrispondente di Repubblica da New York, editorialista, docente universitario, è molto diversa rispetto a quella di prima: abbiamo davanti un paese pronto a raccogliere i frutti di un progetto di emancipazione che ha coinvolto il popolo cinese stimolando imprenditori, governanti, studenti, perfino i migranti residenti all’estero a riscoprire antiche tradizioni e a sfoderare determinazione, grinta, cinismo e ambizione. «Questa Cina ricorda per tante cose l’America della conquista del Far West, ha lo stesso spirito di una missione storica da assolvere». Ma c’è una grande differenza: «Rispetto agli Stati Uniti dell’Ottocento, la Repubblica popolare vive la propria ascesa come un ritorno all’ordine naturale delle cose: tremila anni di storia le danno un evidente complesso di superiorità». Insomma, Xi ha saputo creare un consenso portando a far vacillare ogni certezza rispetto al modello delle nostre liberaldemocrazie. E c’è una grande differenza tra lui e il suo omologo russo, Putin, come sottolinea Daniel Bell, in dialogo con Rampini nell’intervista fatta durante l’estate 2019 e da lui riportata nel libro: «A differenza di Putin, Xi non sente una minaccia politica diretta dall’Occidente e quindi non cerca di indebolire il sistema politico delle nazioni occidentali. La Cina con la sua lunga storia di meritocrazia politica può usare meccanismi diversi per selezionare e promuovere i suoi leader». E Bell conclude: «I leader cinesi non fanno il tifo per la caduta delle liberaldemocrazie, finché l’Occidente non interferisce sulle loro scelte». Sembrano lontanissimi, dunque i tempi della Chimerica, neologismo coniato fondendo le parola China + America quando si pensava che il futuro del mondo avrebbe visto un’alleanza stretta tra Stati Uniti e Repubblica popolare sul piano dell’economia e della finanza. «Oggi le maggiori multinazionali Usa stanno rivedendo i loro piani cinesi e la loro dipendenza da quel paese, dove solo pochi anni prima avevano fatto affari producendo a basso costo, e l’intero establishment americano ha riveduto il suo ottimismo rispetto all’opportunità cinese». Insomma, l’America rivive oggi un altro momento ‘Sputnik’: e se il 4 ottobre 1957 l’Unione Sovietica riuscì a mettere in orbita il primo satellite sorpassando gli Stati Uniti nella corsa allo spazio, oggi ad attendere gli Usa c’è una nuova sfida, questa volta ben più vasta. «La guerra fredda con l’Urss si svolgeva tutta sul terreno strategico-militare, dalle bombe atomiche ai missili. Con la Cina si spazia a 360 gradi, e l’economia cinese ha dimensioni uguali a quella americana». Resta da vedere il ruolo dell’Europa, strattonata e contesa come nel recente caso della Brexit di Johnson appoggiata dagli Stati Uniti. «Di certo», conclude Rampini, «non potrà restare neutrale». •

Silvia Allegri
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