17 luglio 2019

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09.02.2019

L’OTTOCENTO DA RISCOPRIRE

Angiolo Tommasi, Emigranti, 1896, olio su tela. Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna e ContemporaneaTelemaco Signorini, L’alzaia, 1864, collezione privata, Londra
Angiolo Tommasi, Emigranti, 1896, olio su tela. Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna e ContemporaneaTelemaco Signorini, L’alzaia, 1864, collezione privata, Londra

Nicoletta Martelletto INVIATO A FORLÌ E’ una mostra ma subito vien da pensare che sia un libro di storia appeso alle pareti. Richiede impegno e concentrazione, con qualche pausa resa lieve dai ritratti di belle donne e dai paesaggi agresti. Da oggi al 16 giugno i Musei di San Domenico a Forlì ospitano «Ottocento. L’arte italiana tra Hayez e Segantini», una rassegna corposa come poche, 150 opere e 94 artisti presenti, prestiti tutti italiani fatta eccezione per uno da una collezione privata di Londra. Il quadro in questione è «L’alzaia» di Telemaco Signorini - i portuali dolenti trascinano una chiatta mentre un precettore col cilindro porta a passeggio una bimba benestante - ed è uno dei manifesti della mostra antiretorica curata da Fernando Mazzocca e Francesco Leone, che hanno tessuto un racconto interpretativo sulla seconda parte del secolo dell’Unità. E’ proprio il tema dell’Italia nascente a fare da spartiacque tra l’Ottocento romantico, il Risorgimento e la costituzione del Regno, ed è anche il filo conduttore del confronto tra le arti che in misura diversa ma parallela contribuirono alla costruzione dell’identità italiana. Le arti fin da subito sembrano riecheggiare la frase di D’Azeglio all’indomani della proclamazione dell’Unità - «Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani» - in un crescendo di richiami ai valori del passato, a partire dal sentire romantico e l’idea di nazione, di cui è campione Francesco Hayez con la scuola di Brera. La mostra sembra proseguire naturalmente quella in corso a Milano alle Gallerie d’Italia, «Romanticismo», sempre curata da Mazzocca che inalbera all’ingresso le eroine ebraiche Ruth e Tamar dipinte da Hayez a rappresentare il desiderio di libertà degli italiani, specularmente al patriottismo di Verdi nell’opera. Crociati e imperatori, il martirio di San Bartolomeo, la distruzione di Gerusalemme sono modelli di gloria scelti per raccontare l’Italia all’Expo di Parigi del 1867, mentre la pittura storica è ancora impegnata a far convivere linguaggi classici con l’avanzata della modernità, anche in tele di enormi dimensioni come «Cesare Borgia a Capua» di Gaetano Previati e «La morte di Otello» di Pompeo Molmenti, collocate sullo scalone centrale. Tra le dieci sezioni tematiche quella sui ritratti racconta i big del secondo Ottocento, da Cavour a Vittorio Emanuele II, al toccante ultimo sonno di Giuseppe Mazzini firmato da Silvestro Lega, e ancora Garibaldi, Manzoni, Puccini fino a D’Annunzio. «Entriamo anche nella cronaca - riassume Mazzocca - con le lotte risorgimentali, l’epopea popolare verso una idea di unità che deve però fare i conti con i temi sociali, con la denuncia di una popolazione povera e analfabeta, quegli umili che in letteratura saranno narrati da Verga e qui sono ritratti da Teofilo Pattini, Bezzi e Milesi, Morbelli e Onofrio Tomaselli». Al Risorgimento cantato da Domenico Induno e con potenza da Michele Cammarano - La breccia di Porta Pia - seguono quadri di denuncia sui carusi in Sicilia, gli emigranti verso le Americhe, ma anche la tenerezza delle stalle e dei pascoli illuminati dalla nuova luce di Giovanni Segantini. L’Italia dei paesaggi - con Ciardi, Signorini, Mariani - dei primi treni a vapore, si confronta con una società di salotti e le dame di Boldrini, i ritratti del richiestissimo livornese Corcos, fino alle sperimentazioni che raggiungono il loro culmine nelle esposizioni che a Roma, Firenze e Torino nel 1911 celebrano i primi 50 anni dell’Unità d’Italia, riprodotte qui in una grande galleria conclusiva dove si alternano volti da fine Cinquecento fino alle «Tre donne», 1909-1910, di Umberto Boccioni, in pieno Divisionismo. Al di là delle scelte sugli autori esposti (alcuni mancano, altri come Hayez sovrabbondano), la mostra si conferma uno squarcio non privo di sistematicità su un periodo dell’arte italiana da sempre considerato minore, e che porta al traguardo quello che Antonio Paolucci, direttore del comitato scientifico del San Domenico, ha chiamato «il periplo della modernità», ovvero la ricognizione che da 14 anni è stata compiuta con mostre sempre di ricerca: dal macchiaiolo Lega alla scultura di Wildt, dal Novecento del Liberty all’Art Déco, fino al grande omaggio a Piero della Francesca padre della pittura moderna. La Fondazione Cassa di Risparmio di Forlì che sostiene i Musei e le sue mostre attraverso il presidente Roberto Pinza sottolinea che il lavoro «ha creato in città fame di cultura e prodotto innovazione negli studi», oltre che aver contributo al restauro di molte opere esposte, comprese 14 tra quelle esposte per l’Ottocento. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Nicoletta Martelletto
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